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Sweet Italy

canal st martinNel silenzio del mio piccolo appartamento parigino in questo sabato sera di Aprile mi sembra già di guardare gli oggetti con nostalgia. La partenza è prevista tra qualche giorno. Nella guerra di cartacce e vestiti che infuria nei nostri 33 metri quadrati, intravedo sul tavolo il foglio su cui abbiamo appuntato le cose da fare prima di andar via: disdire, cercare, prenotare, sistemare. Ma in questa calca di cose da fare, che non riesco a mettere in ordine, resto inchiodata sul divano e faccio danzare tra le dita le suggestioni di un viaggio al termine.
Fuori piove, come sempre. E’ la fine di un lunghissimo inverno o almeno così si dice.
Noi ci proiettiamo verso un’Italia di sole e di cibo che ci riempie il cuore di affettuosa malinconia. Mentre fa sera rifletto sui pro e sui contro dell’andare e restare. Le valige, con le loro bocche vuote e spalancate, mi ricordano che le decisioni, per quanto casuali o ponderate, ormai sono state prese; devo solo rassegnarmi all’idea che inghiottiranno un pezzo di vita e, all’arrivo, quello che riuscirò a tirare fuori di lì sarà a mala pena qualche brandello di ricordi.
Parigi è una città viva e attiva nonostante il grigio, nonostante il freddo. I parigini con i loro manierismi e i loro infiniti “ Grazie signora”, “prego signore” sono stucchevoli ma accoglienti e il loro carattere sotto una livida scorza nordica è pallidamente mediterraneo.
Tutti amano l’Italia per cognizione o per sentito dire e la maggior parte di quelli che mi hanno chiesto da dove vengo, hanno nonni, mogli o almeno cognomi italiani che sfoggiano come trofei .
Nel ristorante dove lavoro è passata tanta gente che mi ha fatto domande di ogni tipo. Curiosi di cinema, di arte, di cucina, gente che è una vita che sogna un viaggio in Italia e che si è fatta raccontare le granite in Sicilia, le gite in macchina sulla costiera amalfitana, le leggende di Pasquino e fontana di Trevi.
Ricostruita dalle loro fantasie, l’Italia è un dolce glassato che splende al sole, dove le ombre che la divorano sono birbonate di un popolo distratto e simpatico; piccole pecche che completano il quadro.
Io non mi faccio mai pregare per tessere le lodi del mio paese ma mentre spiego col mio francese entusiasta e impreciso chi è Totò o qual è la differenza tra ravioli e tortellini, penso che dovrei spiegar loro che l’Italia non è solo cibo sole e gente allegra.
Penso spesso al rientro e mi accorgo che io, su quella glassa da lontano invitante, ho paura di rimanere appiccicata come una mosca. Guardo i bagagli aperti e mi viene la nausea se penso a quanto mi faranno penare la disoccupazione, la burocrazia, le distanze moltiplicate da un traffico soffocante , la cronaca di una politica oltre il limite del paradossale e le incongruenze di un popolo geniale, pigro, generoso e opportunista.
Se la partenza l’ho vissuta come un esilio volontario, il ritorno è un masochismo inspiegabile e mi dispiace sorprendermi a pensare che l’Italia per me rappresenta la casualità, la confusione, l’approssimazione, i cavilli e le raccomandazioni, mentre la Francia, come gran parte dell’Europa, è un esempio di funzionalità, di servizi possibili, di code ordinate e di regole semplici da rispettare.
E’ ormai l’ora e io preparo la cena seguendo le ricette di famiglia. Penso ai parenti e agli amici e la nostalgia cambia nazione. Per una frazione di secondo non vedo l’ora di rientrare. Mediocre e banale torno in Italia perché mi manca quasi tutto e perché, anche se mi fa rabbia, è il paese dove mi immagino felice. Non è disonorevole voler vivere dove ci si sente a casa e anche Ulisse è tornato a Itaca.
Di Parigi mi mancherà l’odore del pane alle sette di sera, sta follia che te lo danno in un pudico triangolino di carta e poi lo porti in giro nudo fino a casa. La tour Eiffel che di notte ispeziona il cielo col suo potentissimo fascio di luce al nucleare, quell’aria di futuro e di possibile sotto una coperta di nuvole e pioggia vaporizzata; gli amici con i quali ci si è dovuti voler tanto bene per superare i vuoti della lingua e il già citato lungo inverno; Il kir, il velib e tutti i dettagli di una vita normale costruita in un quartiere tranquillo. E’ stato davvero bello stare qui ma ora è il tempo di mettere qualche spunta alla lista e poi, felice, andare.

Alle 7 del mattino il sole è sorto da un pezzo; il sonno, che durante la notte era già stato discontinuo, con la luce si dissolve definitivamente e lascia spazio a una stanchezza latente. I materassini gonfiabili – che a pieno regime sono spessi poco più di due centimetri- si sono comportati meglio del previsto, è l’assenza della coperta ad averci traditi.

Pensiamo che la sveglia all’alba ci aiuti a partire presto, invece ci vuole comunque più di un’ora per risistemare tutto e quando siamo pronti, ovviamente, fa già caldo. Proviamo ad affacciarci al chiosco sulla spiaggia per comprare qualcosa da mangiare ma è ancora chiuso e come al solito noi non possiamo aspettare. Mangiamo 3 delle 7 noci che abbiamo portato proprio per momenti di emergenza come questi e via, in salita già dalla prima pedalata. Faremo colazione al primo bar aperto che troviamo.

Salita di Masua

Salita di Masua

La strada è ripida e tortuosa e impieghiamo più di un’ora per raggiungere di nuovo la statale, da li poi, inizia una salita che solo a guardala sembra infinita. Un cartello avvisa che quella che si ha davanti è una strada che continua per 2 Km in tornanti con una pendenza del 13%. Proviamo a inforcare la bicicletta ma i pedali restano immobili, troppa pendenza, troppo peso. Leviamo i caschi e iniziamo a spingere. Siamo obbligati a fermarci in ogni angolo d’ombra per riprendere fiato.

Impieghiamo quasi quattro ore ad arrivare in cima. Ogni metro è conquistato faticosamente e a quota 600 metri sul livello del mare mi sento le gambe di burro e il cuore in gola. Ci sediamo su un muretto per rifiatare e mentre siamo lì in silenzio, vediamo arrivare un uomo in mountain bike con la faccia paonazza e un rapporto leggerissimo. Si ferma a parlare con noi, ha un fiatone incredibile, ci scambiamo qualche informazione. Dopo pochi secondi da dietro una curva vediamo arrivare anche la sua compagna. Pure lei ha gli occhi fuori dalle orbite e avanza lentamente, però lei non si ferma, si gira verso di noi e trova non so dove la voce per dirci “ciao”. Aspettiamo di veder scollinare i nostri colleghi del nord Italia per riprendere a spingere le nostre bici. Quando anche noi entriamo in contatto visivo con la discesa loro due non ci sono più. Non per questo mi sento meno eroica. Sento di aver esaurito tutte le energie e ancora una volta mi accascio sull’asfalto. L’acqua comincia a scarseggiare e ormai è quasi mezzogiorno. Questa è una maledetta scena da film! Iniziamo la discesa e l’aria ci asciuga il sudore di dosso. La fatica si sposta dalle gambe alle braccia; gli avambracci e le mani sono sempre in tensione, bisogna lavorare con i freni per impedire alla gravità di farci sfrecciare come missili fuori controllo. Raggiungiamo in circa 20 minuti la spiaggia di cala domestica e scopriamo con rassegnazione che nel chiosco non si può pagare con il bancomat. Spendiamo le ultime monete per comprare dell’acqua facciamo un bagno ( io tutta vestita) e dopo un pisolino sotto l’ombrellone del bar e un paio di bustine di zucchero ripartiamo per un’altra salita. Ricordo vagamente il tratto di strada che porta fino a Bugerru, mentre ricordo esattamente lo sforzo per non mollare. Non immaginavo di avere così tante cose da dire alle mie cosce.

Non so come ma arriviamo nella piazza del paese dopo un’altra incredibile discesa. Mentre scendiamo ho il terrore che per proseguire sia necessario tornare indietro e risalire. Mentre sto per lasciarmi andare a una sequenza di pensieri catastrofici troviamo un bancomat e un ristorante ancora aperto. Mangiamo di gusto tutto quello che riusciamo a ingerire.  L’ostello Henry è dietro l’angolo, non è un gran che ma almeno ha un letto. Rimandiamo i problemi a domani, per oggi possiamo goderci la vittoria della tappa di Masua.

Scopriamo già dal primo giorno di viaggio che rimontare i bagagli sulle bici è veramente odioso. Bisogna impacchettare tutto con estremo rigore per ridividere i pesi tra le 4 borse, separare i panni sporchi da quelli puliti, il cibo dal sapone e tenere sempre a portata di mano cose utili come il telo verde, le felpe e la catena.

Ripartiamo da Villamassargia pieni di grinta e lo sterrato non sembra più così ostico. Sappiamo che finalmente raggiungeremo il mare e dunque pedaliamo con una buona cadenza in un percorso che non ha particolari difficoltà. Siamo intenzionati a cercare sul posto l’alloggio perché tra quelli della nostra lista non ce n’è nessuno che sia libero o con un costo accettabile. Ci siamo imposti un tetto massimo di spesa di 60 euro a notte e in Sardegna in piena estate è un limite molto basso.

Spiaggia di Funtanamare con biciclette e scoglio pan di Zucchero

Spiaggia di Funtanamare con biciclette e scoglio pan di Zucchero

Verso l’ora di pranzo raggiungiamo la spiaggia di Funtanamare. Il mare ci entusiasma sempre, lo amiamo sinceramente. Parcheggiamo le bici appoggiandole al muretto che divide il parcheggio dalla spiaggia mettendole ovviamente lato spiaggia. Con delle acrobazie che poi diventeranno quotidiane leviamo la divisa da pedalata e indossiamo i costumi. Siamo pallidi e con i segni dei calzini ai piedi ma soprattutto siamo felici di poterci finalmente tuffare in un’acqua limpida e refrigerante. Dalla spiaggia vediamo le bici e il tratto di salita che dobbiamo fare per arrivare a Nebida, la nostra destinazione.

Ancora una volta decidiamo di partire nelle ore calde. Dobbiamo arrivare in tempo utile anche per cercare una stanza, non possiamo perdere tempo. Mentre ci rivestiamo si avvicina un signore che scopriamo essere un appassionato ciclista della zona. Approfittiamo immediatamente dell’occasione per chiedergli se la salita per Nebida è molto lunga e lui ci dice che non è un tratto difficile, lui la fa spesso e poi prosegue per un percorso più ripido che vira nell’entroterra.  Tanto noi restiamo vicini al mare, non abbiamo intenzione di girare per montagne! Salutiamo, accogliamo con gioia gli auguri del nostro collega dai polpacci di ferro e iniziamo una salita che mi sembra micidiale. Per fortuna non è tanto lunga e in effetti raggiungiamo presto Nebida. Facciamo il giro sulla passeggiata panoramica a strapiombo sul mare che è davvero suggestiva e dalla quale si vede lo scoglio del Pan di Zucchero.  Da lì su si vedono le miniere dismesse, questo tratto di costa né è pieno. Anche il mio bisnonno lavorava nelle miniere, un po’ più a sud, quindi so che la zona dell’iglesiente è stata molto ricca prima di cadere in miseria nel momento in cui l’estrazione di minerali non è stata più redditizia. Ci troviamo in quest’area negli stessi giorni in cui gli operai dell’Alcoa lottano per non far chiudere la fabbrica. Vedendo i ruderi nostalgici delle vecchie miniere mi viene da pensare che questa chiusura non potrebbe far altro che dare il colpo di grazia a una Regione già molto provata dai problemi della disoccupazione.

Ci rivolgiamo alla pro loco e troviamo un alloggio a Nebida ma decidiamo di non prenotarlo subito perché vogliamo andare a dare una sbirciata a Masua che si trova a soli 4 km di distanza, magari troviamo qualcosa di meglio là, e se non troviamo torniamo indietro.

Da Nebida a Masua è tutta una lunga discesa alla quale noi, dopo la salita, non riusciamo a resistere. Ben presto ci accorgiamo che masua e semi abbandonata e che tornare indietro sarebbe impossibile; quella bella discesa si è trasformata in una salita incredibile che in 4 Km porta la strada da 0 a 200 metri sul livello del mare. Siamo letteralmente caduti nella gola in cui si trova Masua e io accaldata, affamata e stanca, finisco nel panico e comincio a sbraitare dicendo che siamo due scemi, che non possiamo andare né avanti né indietro e che adesso non c’è nessuna soluzione.

La tenda nell’area camper di Masua

Stefano mi abbandona a guardia delle biciclette mentre continuo a dare in escandescenza e si allontana alla ricerca d’informazioni. Torna dopo poco con aria trionfante e mi guida senza tante spiegazioni verso l’area camper. I proprietari hanno acconsentito a farci piantare la tenda, si fanno dare simbolicamente 10 euro e ci indicano l’unico albero di tutta la zona. Siamo in una piazzola circoscritta dalle piante e leggermente rialzata rispetto al resto. Dall’apertura della tenda si vede il mare, la doccia è gratis e c’è pure il chiosco dove comprare l’acqua. È fantastico! A volte dimentico di cosa è capace la provvidenza.

Abbiamo meno di 20 euro nei portafogli, compriamo due panini e poi andiamo a fare una passeggiata verso Porto Flavia che si raggiunge a piedi. Al gabbiotto chiedo se i biglietti si possono pagare con il bancomat, risposta negativa. Alzo le spalle e dico “Va beh, pazienza, grazie”. La tipa mi guarda e mi chiede “ non hai nemmeno 10 euro? Otto? ”  No non ho niente. I 12 euro che ho nel portafogli sono quelli della cena e di certo non rinuncio a mangiare per una gita! Ma questo non glielo dico, faccio solo segno di no con la testa. Il tipo vicino a lei si alza contrito va a prendere due caschetti gialli e ce li mette in mano con decisione e poi dice “ Non è possibile che la gente arriva fino a qua e poi non li facciamo entrare. Non esiste! Questi sono i caschi, veloci seguitemi quello è l’ingresso e la visita guidata inizia ora.”

La guida nella galleria di porto Flavia

La guida nella galleria di porto Flavia

Stupefatti e confusi infiliamo i caschetti ed entriamo gratis alla galleria buia, seguendo una lucina che è in testa al gruppo. Durante tutta la visita un bambino di circa due anni continua a frignare perché ha paura. Le gallerie sono basse e buie e ai lati ogni tanto si vedono dei pozzi profondi. Capisco il bambino e comincio a odiare la madre che non si rende conto che in una volta sola sta riuscendo a rompere le palle a tutto il gruppo e a traumatizzare suo figlio per sempre. Io mi attacco alle calcagna della nostra guida che è un ex minatore riqualificato. Ci spiega il funzionamento di questa vecchia cava e ci porta a vedere il moncherino del braccio metallico che esce dalla montagna e che serviva a caricare i minerali estratti direttamente nelle navi che attraccavano 10-15 metri più in basso.

Lui ha una voce decisa e un po’ indignata, come quella di qualcuno che parla a un’assemblea. Racconta la storia della sua zona, qualcosa che ha coinvolto in prima persona lui, la sua famiglia e praticamente la totalità dei suoi concittadini. Mi da l’idea che noi con le nostre infradito e le nostre macchine fotografiche stridiamo un po’ con quello che lui racconta che avrebbe bisogno di un po’ più di attenzione  e rispetto.

La gita finisce; torniamo alla spiaggia e finalmente ci riposiamo. Al tramonto mangiamo i  panini della cena. Ci restano solo i soldi per una birra che beviamo di gusto seduti sulla sabbia.

Breve doccia e a ninna. È tutto buio e il cielo sembra immenso. È la prima notte in tenda, che stanchezza.

Nonostante le intenzioni siano di viaggiare sempre col fresco, e quindi o con le prime luci del giorno o al massimo la sera, decidiamo di partire da Cagliari alle 4 del pomeriggio e  fa caldo anche da fermi.

I cugini provano a convincerci a restare in città ancora una notte ma noi siamo impazienti di iniziare il nostro viaggio e siamo già in ritardo di due giorni sul programma di marcia. Ci avviamo convinti che questa sia la prima e ultima eccezione alle nostre regole di sicurezza.

Dopo aver consultato ogni possibile formato digitale della mappa, capiamo che per uscire da Cagliari non c’è altro modo che affrontare un piccolo tratto di superstrada: non è un mondo per analogici questo.

Con i bagagli e l’animo ben saldo affrontiamo il pericolo e dopo poco arriviamo sulla statale che ci porterà a Villamassargia.  Un tappa medio lunga per noi, si tratta di ben 55 km tutti di un fiato.

Chiamiamo i nostri spostamenti “Tappe” come si fa nel ciclismo vero; un modo come un altro per darci un tono e poi sa meno di improvvisazione e quando non c’è null’altro a cui aggrapparsi è la volontà di essere all’altezza di questa parola che ci fa giungere a destinazione.

La statale è praticamente tutta dritta ma non pianeggiante come sembrava sulla mappa. Lungo il percorso non incontriamo nessun punto di ristoro – se non vicino alla meta – e pedaliamo in quasi completa solitudine. Ci dà un piccolo brivido una macchina che sfreccia un po’ troppo vicina e il resto è solo bella campagna e il ritmo lento e silenzioso delle pedalate che dilata lo spazio dei pensieri senza mai riempirlo.

Arrivati a Villamassargia sbagliamo strada e allunghiamo il percorso di una decina di km, intanto siamo in contatto telefonico con il proprietario del B&B in cui abbiamo prenotato; dice che ci aspetta a un certo bivio con le 4 frecce. Noi continuiamo a pedalare, comincia a imbrunire e il bivio giusto non arriva mai. Siamo stanchi ma per quel che possiamo acceleriamo un po’ e troviamo il pick-up quando il cielo è tutto rosa. Ci scorta da dietro su una strada sterrata piena di ciottoli appuntiti, incrocio le dita ogni volta che non riesco a schivare una buca e dopo pochi minuti con tutti i muscoli a pezzi e le bici intere arriviamo a “Su carru a boi”.

Compriamo l’acqua e ci facciamo consigliare un posto dove andare a mangiare. Se non vogliamo riprendere la bici di notte, possiamo andare solo al ristorante che si vede in fondo alla strada. Ha i campi da calcetto, una piscina di quelle che si montano in giardino e qualche giochino per bambini. Il ristorante è molto grande ma ci sono pochissimi ospiti oltre a noi. Un posto di una semplicità decadente che mi fa un po’ ridere. Mangiamo e torniamo indietro per dormire. Nella sala della colazione del B&B c’è una televisione accesa, il telegiornale regionale passa le immagini della marina piccola di Cagliari in festa. Incredibile, mi sembra già lontanissima.

La nave nel mio immaginario arriva sempre all’alba. Anche questa. È una sensazione strana di sonno e di nafta che prende allo stomaco e che si mescola con l’odore posticcio di cappuccino e cornetto tipico delle navi.

Raccattiamo le nostre cose nelle borse e con un po’ d’emozione per il debutto in sella, lasciamo il porto verso la prima meta. Dobbiamo raggiungere la mia famiglia sarda che si trova a Tanaunella; “40 km a sud di Olbia, forse poco di più  -dice mio zio- mi raccomando prendete la litoranea e non la superstrada”.

Dal porto di Olbia parte un intrigo di strade in pavè, sopraelevate e indicazioni incerte. Chiedo ad una edicolante le informazioni per la litoranea che porta a Budoni, cerco di essere disinvolta ma il peso delle sacche mi sbilancia la bici che mi cade sotto i piedi. Ride anche lei, mi indica la strada e poi aggiunge parlando un po’ con il marito e un po’ con me “ Vedi che loro sono venuti in bicicletta? Mica come quegli altri che vengono a inquinare con le loro macchine! Loro sono il turismo sostenibile, benvenuti in Sardegna!”.

Un primo incoraggiamento. Forza! Il sole è ancora basso e tutto sembra meravigliosamente pacifico. Ci mettiamo in marcia con il mare sulla sinistra e cominciamo la discesa verso sud. La strada taglia un’infinità di paesini, noi ci fermiamo solo a comprare dell’acqua e ci rendiamo immediatamente conto che la voce “acqua” inciderà molto sulle nostre spese.

I 40 dolci Km preventivati si trasformano in un lampo in una sessantina e senza neanche accorgercene la pianura muta in un susseguirsi di saliscendi.

Dopo circa tre ore arriviamo a meta, sudati, stanchi e un po’ confusi. Siamo lontanissimi da dove dovremmo essere, la prima tratta è stata più lunga del previsto e i miei muscoli cominciano a farsi delle domande sulla fattibilità dell’impresa. Ma siamo arrivati e sono felice. È ferragosto e sono una strana sorpresa per la mia famiglia che fino al giorno prima era convinta (come me) che non sarei passata di lì. Mi godo il pranzo preparato dalla nonna, e mentre siamo tutti a tavola mi accorgo ancora una volta che la mia famiglia mi manca.

Una volta messe le bici nel ripostiglio quasi mi dimentico del viaggio che ho davanti, anche se è praticamente l’unico argomento di discussione e passo un bel pomeriggio di tuffi e gare di salto ad Orvile con quattro dei miei cugini, mia sorella e Stefano.

I miei zii pensano che siamo pazzi ad affrontare un viaggio del genere ma si impegnano al massimo per aiutarci a trovare un modo per rientrare nel percorso.  Vagliamo diverse ipotesi e poi decidiamo di prendere il giorno dopo un pullman che parte da Siniscola e arriva a Cagliari in serata.  Le norme della compagnia prevedono che non sia possibile ammettere più di una bicicletta per tratta e comunque hanno la precedenza gli altri bagagli. Ci proviamo lo stesso. Saluti baci e abbracci e via, ancora verso sud cercando di non perdere un’altra coincidenza. Non appena arriva il pullman mi preparo a supplicare, invece l’autista scende, guarda le bici e ci dice “ caricatele”. Dobbiamo smontarle? NOooooo, caricatele così.

Siamo due ciclisti in pulman con le bici nel portabagagli. Staremo facendo la cosa giusta? Si, perché non avremmo potuto affrontare un viaggio da nord a sud; vogliamo tenere la destra sul lato montagna e non sul lato precipizio sul mare. È più prudente.

Cagliari di sera. Meno male che ho insistito per prendere le luci da montare sulla bici! Questa volta arriviamo dai cugini di Stefano. Mi piace l’idea che questo viaggio inizi con le prime due tappe in famiglia. Ci Godiamo la serata a Cagliari, alla marina piccola c’è una festa, la gente balla, mangia zucchero filato e passeggia. Tutto davvero perfetto.

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Mai come quest’anno siamo arrivati preparati alla partenza.  Non ci era mai capitato di sapere con così tanto anticipo come e dove avremmo viaggiato;  ci abbiamo messo più di un mese a studiare il percorso e a deciderci sul porto di arrivo e di ripartenza, e poco meno di due settimane a decidere cosa portare nei bagagli che, dato lo scarso allenamento, dovevano necessariamente essere ridotti all’osso.

Le nostre bici sono una “Bianchi” d’epoca tutta in alluminio, con le leve del cambio sulla canna, e una “Longo” in alluminio con forcella in carbonio con cambio shimano. La Bianchi, un po’ acciaccata dagli anni, ha goduto di una piccola revisione prima della partenza, la Longo invece,  presa in prova 10 giorni prima del viaggio, ha fatto solo un giro di prova prima di essere scelta ed è stata una sconosciuta ancora per molti giorni dopo la partenza.

I portapacchi sono stati adattati alle bici con un po’ d’ingegno con l’aiuto di corde, morsetti idraulici e ragni elastici. Nonostante l’improvvisazione non ci hanno mai tradito e hanno sostenuto le nostre borse senza indugio.  Il peso totale era meno di 20 Kg e ognuno di noi disponeva di:

  • Pantaloncini per pedalare
  • Pantaloncini di ricambio ( Stefano  non li ha voluti)
  • La maglia traspirante
  • 3 mutande e 3 paia di calzini
  • Due magliette di ricambio (da poter usare a riposo o in bici)
  • I pantaloni lunghi (io anche un vestitino per il compleanno)
  • La felpa
  • Le ciabatte
  • Un asciugamano in microfibra
  • Un pareo in cotone
  • Un costume da bagno ( io ho imbrogliato e ne ho portati 2)
  • Un materassino autogonfiante

Altro materiale a disposizione:

  • Una saponetta di Marsiglia.
  • Uno shampoo
  • Spazzolino e dentifricio
  • La bustina con i medicinali
  • Carica batterie dei cellulari e della macchina fotografica
  • Un marsupio
  • Tre camere d’aria
  • Le toppe per la riparazione
  • Brucole e chiavi per la bici (ci è mancata quella per stringere i raggi)
  • La catena per legare le bici
  • Il Lubrificante per la catena
  • La tenda
  • Un telo di plastica spessa con anellini di metallo sui bordi. (dopo le bici l’unico oggetto irrinunciabile)
  • Ragni a volontà per assicurare i bagagli ai porta pacchi.
  • Morsetti di ricambio
  • Le mappe
  • La guida
  • Una lista cartacea di B&B lungo il percorso ( non è detto che lo smartphone funzioni sempre!)

Eravamo pronti e in sella già alle 4 del pomeriggio. Siamo arrivati alla stazione Termini in pochi minuti di pedalata, mezzora prima che partisse l’ultimo treno utile che ci portasse al porto di Civitavecchia in tempo per le 8. Una volta arrivati, abbiamo perso 29 minuti cercando di capire quanto costasse caricare le bici sul treno, e quando alla fine ci siamo decisi, ormai era troppo tardi; Il treno aveva già cominciato muoversi lentamente prima del nostro arrivo al binario.  Nel panico dei primi minuti tra le varie telefonate alla Tirrenia ci siamo accorti di aver perso la mappa (ritrovata al rientro dal viaggio su una scrivania) e di avere un problema improvviso al cambio della Bianchi.

A quel punto rassegnazione e speranza si sono alternate fino all’arrivo al porto.

Nonostante il ritardo del treno non ci siamo risparmiati l’inutile volata verso il porto dove dopo aver superato le domande degli addetti alla dogana che si domandavano un pò tronfi un pò divertiti perchè portassimo una bottiglia di vino nel porta boracce, siamo arrivati alla banchina ormai vuota dove insieme alle onde hanno cominciato ad infrangersi anche le nostre ultime speranze. La Tirrenia ci ha consentito di cambiare tratta anche una volta che la nave per Cagliari aveva lasciato la banchina. Pagando una piccola mora e soprassedendo ai risolini dell’addetto in seguito alla domanda “ma partite con quelle?”, abbiamo potuto imbarcarci sulla nave per Olbia che partiva a mezzanotte. In via del tutto amichevole (???) ci hanno fatto sistemare le bici in una sala di controllo, consentendoci di tenerle al riparo dalla micidiale salsedine. Stanchissimi guadagniamo il bar Smila; mi sono sempre chiesta se sono sempre serviti solo a questo, a far dormire i passaggi ponte, o se un tempo qualche spettacolo c’è stato. Mentre mi addormento nella sala semi deserta, con un po’ di malinconia, penso che forse siamo partiti con la luna sbagliata.

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Quando abbiamo perso il treno che poi ci ha fatto perdere la nave per la Sardegna, Stefano ha detto:  “ Agli amici diciamo che ci si è rotta la macchina fotografica, però, un mare….!  Sembrava di stare ai Caraibi!”

E se dovessi raccontare la Sardegna così come viene immaginata quando la si associa alle vacanze, me la caverei di sicuro sparpagliando nel discorso una manciata di frasi come questa.

Ma la Sardegna del mio viaggio è stata un trionfo non solo di spiagge e mari ineguagliabili, ma anche di salite lente e discese ventose, di problemi nuovi  (le pendenze, l’acqua, il cibo e l’ombra)  e di incontri con le persone disseminate lungo il percorso.

Non c’è stato nulla di epico o di eroico in quello che abbiamo fatto; 600 Km in 19 giorni sono stati alla portata di due come noi che non avevano nessun allenamento e nessuna preparazione.  Ogni vetta, comunque, è stata una conquista personale, da festeggiare con una bella bevuta dalla borraccia bollente e una discesa sinuosa sino alla spiaggia. Il piacere è stato tutto nel misurarsi con le proprie capacità fisiche e mentali e raggiungere ogni sera un posto nuovo che sembrava sempre ai confini del mondo ( e non era mai a più di due ore di macchina o da Cagliari o da Nuoro) con la gioia di essersi conquistati il pasto e il riposo.

Questo viaggio mi ha lasciato un grande senso di soddisfazione, mescolando abilmente sforzo, avventura e un minimo di filosofia pratica. Anche gli imprevisti si sono rivelati provvidenziali e tutto, dalla nave persa a Civitavecchia alla pioggia insistente dell’Asinara, si è svolto come se fosse stato previsto e deciso.

Mi limiterò a riportare in maniera comprensibile quegli appunti confusi che abbiamo schizzato su un foglio da riciclo. Alcune informazioni potranno essere utili a chi intendesse replicare almeno una parte del nostro tragitto, altre saranno solo considerazioni personali che trascrivo più per mia memoria che per cronaca.