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Archive for the ‘Calabria’ Category

Blu

Mai provato a fare una cosa stupida come guidare una notte d’inverno su una strada deserta, con i finestrini spalancati, pistando sull’acceleratore finché l’aria in faccia non dia la netta sensazione di precipitare? Perché domani non si può mai sapere, e visto che non sono certa di poter portare con me i fatti almeno mi porto le sensazioni. Una strada che sibila e punge come quella che mi porta in Calabria… giù, profondo sud. Tra gli alberi in letargo, ai lati della strada, verdi di rampicanti e rossi d’inverno, ho come la netta sensazione che quello che guardo sappia esattamente dove sto andando e perché, eppure ne rimanga saggiamente estraneo e indifferente. Mia nonna è morta. Da poco. Incapace di definire quello che sento, penso di avere un sentimento blu, vischioso, morbido e profumato di buono in fondo al cuore, che si agita lento che si prepara per uscire. Rotolando verso sud ( curioso che uno stupido ALLEGRO ritornello estivo si adatti così bene al pellegrinaggio TRISTE verso la mia terra) l’asfalto ruvido scivola troppo veloce per le mie certezze che si diradano e svaniscono. Sentimento blu vischioso che profuma di buono e di benzina. Con le gambe ancora intorpidite, in piedi davanti a lei, ecco che capisco cosa vuol dire. Ora so di saper piangere sinceramente solo con la faccia seria; con le lacrime calde che non sono tristi ma solo il pegno del mio egoismo, un omaggio all’umanità di mia nonna che è la stessa che io perdo. Le lacrime compatte non mi impediscono nemmeno un attimo di vedere lei, stesa sotto un velo bianco, che sorride ( sembra che respiri ma io so che non è così). Sembra che respiri, ma io SO CHE NON E’ COSI’. La finestra aperta e fuori solo il silenzio ORA che si siede lì sotto e aspetta. Tocco le sue guance; ho ancora l’idea che sia viva. Mi sembra morbida e calda come lo può essere una vecchia, la mia vecchia… quella che ogni estate mi rifila lenzuola orrende, quella che crede nel mio corredo e nel mio matrimonio e mi benedice e io ringrazio il cielo per questo anche se rido. E poi quel bacio sulla fronte il gelo marmoreo improvviso attaccato sulle mie labbra calde da giovane. E poi il silenzio perché la mia lingua non porti via quel SUO gelo. L’idea di quel mezzo sorriso e della gente fuori che parla di affari sottovoce ( e io devo uscire per permettere a loro di entrare). La sua religiosità, trattenuta ancora tra le sue mani e io, in piedi, fiera come sempre, recito un Padre Nostro dolce profondo e implorante come non lo avevo mai sentito. Come non avevo mai potuto. Ora, ora che non sono più bambina ora che sono superba. Al cimitero finalmente solo noi, noi da soli, senza quella gente estranea che non capisce il blu, che mi stringe la mano e si presenta, e mi saluta come se mi importasse, come se poi potessi ricordarmelo. Il giorno dopo al cimitero, sotto il cielo grigio del cimitero, la bocca di mia nonna semiaperta e lei per la prima volta morta, ora la guardo senza una lacrima. (Ciao nonna.) Chiudete, chiudete pure, ma non fatemi sentire il trapano e il martello. Non voglio. E poi… ancora asfalto. Asfalto grigio e pulito di pioggia. A casa di mia nonna ancora noi, uniti anche tra gli estranei, ed entrando nella stanza non c’è più il silenzio; né silenzio né rumore, ma solo l’odore acre e soffocante di morte che individuo con una cinica razionalità. Che venga aperta la finestra! Quella puzza deve andar via. L’odore vivo di mia nonna morta. E poi… poi le lettere. Migliaia di parole al suo Signore, al Nostro Dio, a qualcuno che se la DEVE prendere! DEVE anche nel caso non dovesse esistere. Le lettere ai figli, ai nipoti, lettere in cui mi cercavo senza trovarmi troppo come a cercare le cose che non le avevo mai chiesto. Lettere sue che noi cugini terza generazione leggiamo tutti vicini come se fosse Natale NATALE è quando…….. NATALE è quando…….. quando…….. ………….è morto nonno. E poi, fumoso come nebbia, impalpabile, incomprensibile eppure evidente, si adagia a terra proprio dove ogni tanto qualche sguardo si fissa, un affetto, il sangue che ci lega, il senso di famiglia. I miei zii, mio padre, lavoratori, buoni, di destra, seri, composti e fieri, tristi, forti. I miei uomini, bravi, che quello che sono lo sono profondamente. Ogni cosa e sempre. E io seduta sul divano di pelle marrone, quello su cui lei non ce la faceva più a sedersi; a fissare tutto a vedere quello che non si vede; la finestra aperta come se fosse estate ma lei non c’è e in realtà fa pure freddo. Le foto, le lettere, quel sorriso fermo e i fiori bagnati a terra sotto il cielo del cimitero. Ogni cosa profondamente, perché è così che è la mia famiglia. Mai provato a guidare con i finestrini spalancati in una notte limpida e gelida su un asfalto che fa precipitare lacrime ferme, profumate di buono, vischiose e blu? Pistare a fondo sull’acceleratore per salvare le parole, perché domani non si può mai sapere e di oggi non so che può rimanere, se non questo.
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Appunti calabresi

                                 

Dalle fessure di questa casa a misura di Calabria vedo il cielo e il mare che si distinguono a mala pena all’orizzonte.

Passano i vecchietti che masticano l’aria; la gente del paese passa svelta vicino le palme qua davanti. Passa un peschereccio, passa una barca e il suo pescatore, passa l’urlatrice, che vende la sua voce e i calamari. Passa mio padre.

 

Non sapevo nemmeno fosse uscito. Riconosco la sua “pelata” e vedo solo che sta ridendo. Ieri mi ha messo un braccio intorno alle spalle.

Sorride della sua adorata Calabria, del cielo grigio e del mare calmo.

Per quanto io mi sforzi non riesco mai a farlo felice così.

Provo invidia e mi taglierei le mani con le reti, lascerei tutto perché una volta sorridesse così per me.

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Bagnara Calabra

Uno degli ultimi giorni di vacanza, poco dopo il tramonto, quando in cielo non c’era più il sole ma la luce rimaneva aggrappata agli angoli delle case ho deciso di visitare una rientranza della spiaggia ciottolosa buttata proprio sotto la finestra della mia cucina.

Sono uscita di casa solo con una sigaretta e un accendino.

Sovrastata dagli scogli, protetta da qualsiasi sguardo, meditavo davanti al mare blu profondo. Cinque minuti di sigaretta, durante i quali ho visto una striscia di luna spuntare, la marea salire lentamente e il rosso della sera scomparire succhiato dalle luci siciliane mentre il buio copriva piano piano il mare; due stellette in cielo, Messina sospirante dall’altra parte dello stretto e io, sola, in pace con la mia sigaretta meditativa guardavo tutto questo. Era così bello che mi sarei voluta spogliare e buttarmi nuda nel mare, stendermi sulle rocce e stare li a sentire, ma… Ma ho temuto la presenza di qualche sguardo indiscreto, ho temuto l’arrivo di un maniaco, così mi sono solo concessa di togliere le scarpe e seduta sui sassi sono rimasta a pensare.

Mi sono ritrovata a pensare a una delle ultime lezioni di scienze della quinta elementare, quando la maestra Elisabetta ci spiegava l’apparato riproduttore ed era giunta all’ultimo argomento: l’unione. Ci disse una frase che mi è rimasta impressa, recitava più o meno così:

 “può sembrarvi una cosa orribile e spiacevole ma non lo è affatto, da grandi potrete capire questa cosa che vi sembra ripugnante”

Seppur nella mia innocenza già allora non pensavo fosse una cosa ripugnante, anzi! Ero ben lontana da qualsiasi tipo di sperimentazione sessuale, sia ben chiaro, ma intuivo dovesse essere una di quelle nascoste e piacevoli. Poi l’adolescenza (anche un po’ oltre) piena di sensi di colpa cattolici m’ha fatto cambiare idea e c’è voluto tempo e fatica per riscoprire che da bambina non avevo torto…

Pensavo questo e pensavo alle due gemelline di 8 anni che ho conosciuto con mia sorella sulla nave di ritorno dalla Sardegna. Due bambine carine davvero con le quali ho avuto il coraggio di parlare solo quando si sono avvicinate loro. E io parlando cercavo di continuo lo sguardo dei loro genitori perché non pensassero che fossimo male intenzionate. Quanta tristezza mi ha fatto dover prestare tanta attenzione nel compiere un gesto così innocente…

In riva al mare pensavo ai maniaci, alla chiesa cattolica e ai pedofili che hanno reso il sesso una cosa così brutta. M’è venuto il disgusto a pensare agli spam che mi appaiono sullo schermo ogni volta che accendo il computer, o ai cartelloni ai semafori dove qualche Jessica Rizzo fa la pubblicità a una lavatrice o un bidet. E vorrei dire che il sesso è una cosa meravigliosa ma per colpa di queste categorie detto ora, e in questo modo perderebbe la bellezza del dopo-tramonto di “Baganra Calabra”, rimarrebbe solo l’animalesco perverso e questo credo sia davvero un peccato…

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