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Archive for the ‘Racconti’ Category

MEZZO VUOTO. MEZZO PIENO.

Si calò nella vasca da bagno e capì che c’erano solo due modi d’interpretare la cosa:

pensare a se stessa, maledettamente sola tra le candele profumate, e sentire una nostalgia piacevolmente indeterminata per un ignoto “Signor X”, disperso in chissà quale parte del mondo, e del tutto ignaro della necessità della sua presenza in quella stanza in quel momento, oppure pensare a se stessa  completamente sola, tra le candele profumate e il resto, sentendo un atemporale benessere tutto nudamente femminile, con un vago aroma di patchouli e altri pensieri di fiori d’oriente.

 

Nell’indecisione si sollevò un secondo per spiarsi nello specchio e trovò incredibilmente bello il suo corpo ricoperto di schiuma scivolosa. Socchiuse gli occhi e immaginò il profumo del “Signor X”, l’uomo mai incontrato che amava da anni, e senza pensare seguì con un dito le linee del proprio corpo; poi aprì gli occhi e si sorrise nel vetro appannato.

 

Si rituffò nella vasca, decidendo così di godersi quel bagno, e un’onda calda esplose a terra mentre lei rideva col riso tonante e amaro di un cuore spezzato.  

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origami

Io sono i miei pensieri puliti

sulla pagina bianca

che vive

di righe ordinatamente spezzate.

 

Chi mi tocca

straccia tutta questa carta,

che vola via come i pensieri

che vola via come la carta.

 

E resta solo il reale

che io non conosco,

che io non so toccare.

 

 

Caffé, sigarette e condizioni favorevoli al fatto producono nervosismo e quindi tremori.

Battiti accelerati e deconcentrazione devono essere gli altri effetti collaterali.

La costante instabilità fisica e psicologica comporta l’assenza del controllo emotivo e motorio, quindi, devo rilassarmi e smettere di avere questo senso di paura.

Mi sento pulsare il sangue in gola come se a tratti il cuore dovesse pompare coaguli, devo respirare per non svenire, ma ora mi calmo, mi distraggo un attimo e tutto passa.

 

È solo una filastrocca del dormiveglia, e da stamattina mi tormenta….non capisco cos’è che mi fa quest’effetto.

È aver letto tutte le mie pagine, anche quelle che ancora non ho osato scrivere, che mi fa questo effetto, perché per ora faccio solo finta di sapere che cosa scriverò.

È sapere che penso qualcosa che non riesco a dire e che un giorno mi fagociterà che mi fa questo effetto.

Mantengo un controllo che la realtà chiama finzione, e mi ostino a difendere le mie idee , con l’espressione compunta e beffarda di chi ci crede veramente.

Le difendo come se conoscessi un’altra opzione, ma so benissimo che non è così.

 

Gli altri sono calmi e io devo essere come loro, ma non posso, ho i ragni nella mente! E tutto si muove geometricamente senza direzione; un fantasma mi ruba il fiato e il piglio, ma io sono calma.

 

Se respiro mi rilasso e il mio cuore batte normale; 23×4= 92 battiti al minuto da ferma.

Sto male.

La cosa mi agita, non devo pensarci.

È pieno di rumori e di gente in questa biblioteca, ma sto bene, si, sto bene, non sono a disagio e non voglio andare a casa, pure se  pulsa tutto, pure nei polsi.

Parole, sono solo parole.

 

Con i battiti normali io sono come tutti gli altri, costruita delle stesse piegate, copiate, codarde parole. Vivo di quello che dico e ignoro per la gran parte quello che penso, è questa la verità.

 

È sapere che ho delle pagine da scrivere che mi fa questo effetto, ne sono sicura.

È sapere che prima o poi le avrò scritte tutte, e allora io crederò di essere quelle parole, crederò di essere quella costruzione di carta e quindi avrò confuso tutto.

 

È sapere che

Chi mi tocca

straccia tutta questa carta,

che vola via come i pensieri

che vola via come la carta.

Che mi fa questo effetto.

 

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Era luce un attimo fa, e ora mi ritrovo distesa sul letto di questo amore consumato. Lenzuola verdi a pois e dietro la tenda, e ancora oltre la ringhiera del balcone, il sole tramonta pallido senza vergogna.

Sono io ad essere indifferente, eppure mi sembra che sia il giorno ad andarsene di spalle.

È tutto così evidente che l’aria che soffia dentro le fessure mi sembra l’anelito di un’esplosione.

Chissà chi è questo sconosciuto che mi guarda, e che non capirebbe nemmeno se glielo spiegassi che il giorno ci sta parlando, lui che non vede il vento triste e pensa che sia normale.

Lui mi guarda e non vede i ricami sulla carne bianca, nobile arabesco, valzer di luce e ombra  proiettato dal merletto della tenda che ingigantisce ad ogni passo comandato da questa musica frusciante; lui mi guarda, e vede solo me.

Non si accorge di questo vuoto, pieno del quadro di Magritte; non so nemmeno se si è accorto che siamo solo corpi, e che appena il sonno colpirà uno dei due, l’altro resterà solo nei suoi occhi sgranati.

Ho l’impressione che questo giorno stia durando troppo a lungo, per colpa della mia indecisione e che la notte possa finalmente cadere solo quando mi alzerò da qui. Lui nemmeno sa che dovrebbe andare.

 

Ultimo respiro e la tenda si muove, e muove il vestito che mi danza addosso.

Nella penombra non c’è più niente, restiamo solo due animali nudi. Di tutto.

Mi rivesto senza una parola, non c’è più niente, non c’è più niente da dire e so che lui non capirà.

È lui ad addormentarsi con la notte, e tutto finisce; inevitabilmente sulle pupille dilatate una lacrima mette il punto.

 

.Buio.

 È notte, e ora che non vedo niente, ora che anche lui scompare, è  inutile restare.

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Le tre e venti

Ho 22 anni e quando cammino per strada la gente si volta o distoglie lo sguardo; perché ho 22 anni   e sono un’omicida.

 

Ho ucciso un ragazzo piantandogli una forbice nella schiena, e quella lama ha lasciato una cicatrice seria sulla mia espressione, un segno che non mi permetterà MAI di avere una vita normale perché anche gli alberi quando passo mi mormorano dietro “assassina”.

Avevo otto anni quando quel bastardo di sedici dopo un’estate passata a tormentarmi prendendomi in giro e alzandomi la gonna cominciò a pestare di botte il mio gatto perché mi rifiutavo di consegnargli le mie mutandine.

Non servì a nulla pregarlo di smettere.

Con la faccia sporca di polvere e lacrime corsi nella sartoria di mia nonna e poi, tornata al campetto, mentre lui faceva rimbalzare a calci il mio Edgar contro il muro, gli ho assestato un colpo a sorpresa con tutta la rabbia e la forza di una ragazzina di soli otto anni che ha una mamma depressa e un padre spesso assente.

Alle tre e venti di un pomeriggio d’estate, sotto un sole impietoso, nella solitudine più misera LUI pugnalato alle spalle moriva rantolando sulle budella sparse del mio gatto.

 

Al tempo del processo mia madre non smetteva di piangere e ripeteva che la nostra vita era rovinata che non c’era futuro che tutto era perduto.

Mio padre la sera mi rimboccava meccanicamente le coperte, mi dava la buona notte ( anche quella di mamma) e poi mi diceva che non era colpa mia, che tutto sarebbe passato, ma da quel giorno, nonostante i suoi sforzi di sorridermi bonariamente non è più riuscito a guardarmi negli occhi.

I giornali e l’opinione pubblica mi difendevano e mi compativano quasi all’unanimità, perché ero piccola, debole, e soprattutto inconsapevole.

I bambini però mi evitavano, non venivano alle mie feste, e i miei cominciarono a invecchiare precocemente mangiati dal dispiacere, così ho imparato a farmi forte e da innocente sono cresciuta sola.

 

Ora ho ventidue anni e col tempo sono diventata la donna che ha ucciso un ragazzino; sono la femmina vendicativa che ha ammazzato un poveraccio per follia o emancipazione e la gente non ha pietà per un mostro senza cuore come me.

 

La mia punizione arriva ogni giorno, puntuale alle tre e venti, e prevede che il mio dolore e la mia colpa crescano e imbianchino con me, mentre LUI, un sole dopo l’altro, muore ogni volta più giovane e puro di quanto non avrebbe potuto fare se io non lo avessi ucciso.

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Infatti al maggior parte delle cose che si pensano su babbo natale non esistono!  

Nicola non era altro che un omino qualunque, viveva nel suo paese artico con la moglie, i suoi nipoti, e tutto finiva lì.

Aveva una piccola bisca illegale, importava rum e sigari da cuba, organizzava spogliarelli e aveva messo su una trattoria niente male.

Campava così, tutti lo sapevano ma nessuno diceva niente.. la falegnameria era solo una scusa. Altro che bambini… rendeva felici tutti i maschi del paese!

Ma chiariamo la storia dei regali: alcuni uomini spesso si trattenevano a lungo nella bisca segreta ed erano costretti, per questo, a raccontare balle madornali alle loro mogli. La più comune ovviamente era quella del viaggio di lavoro che li tratteneva fuori e bla bla bla.

E i regali? -Direte voi- i regali dove sono? Ebbene, non è chiaro? Cosa fa un padre e un marito che torna a casa dopo una bugia di lavoro? Porta dei doni, così si sente meno in colpa…

Il fatto che i regali fossero vicino Natale dipendeva dalla neve che spesso bloccava i turisti per molti giorni in mezzo alle montagne. Ovvio. Così una tradizione prese il via…

Ora però bisogna spiegare come passò dall’essere un omino abilissimo con gli affari ma riservato, al grosso ciccione che tutti noi conosciamo.

È chiaro a tutti che il signore in visita col gessato blu altri non era che il sig. coca-cola!

È naturale che due magnate del commercio o si uccidano o si uniscano.

Nello specifico scelsero un patto di reciproca pubblicità e cioè:

La coca-cola faceva di babbo natale la sua mascotte; una sorta di specchietto per le allodole che con la sua infinità bontà avrebbe distratto il pubblico dal contenuto della bottiglia e dai giri che vi erano dietro. Va da sè che più il nonnino sarebbe diventato famoso più gli affari sarebbero aumentati sia per la fabbrica della bevanda, sia per la bisca del nonno!

Mentre i bambini allocconi stavano li a contare le renne bevendo bollicine con liquido intorno, i papini si sarebbero raccontati la vera storia di babbo natale e della sua bisca.

Cambiamenti visibili solo la mole del nonnino che aumentava a dismisura e il costume da bottiglia che Nicola indossa tutt’ora. Si, parlo del vestito rosso ovviamente!

E sotto quella barba bianca e dietro quella pancia grossa cosa c’è? Soldi a palate da tutte le parti! E tutto l’affare si dimostrò talmente tanto vantaggioso che cominciarono a beneficiarne anche le industrie dei giocattoli, dei costumi, del cinema, dei tovaglioli,  dei taglialegna, delle conigliette di play boy ecc!!! Quale bambino medio occidentale non conosce l’omone? Per un centinaio d’anni l’accordo è andato bene, e pure la signora natale ( hana beph, meglio conosciuta come bef-ana) ha avuto la sua gloria e la sua giornata annuale, ma questa è un’altra storia…

 

Come finisce però tutto questo tran-tran?

Nel peggiore dei modi. Ovviamente.

Babbo Natale si è lasciato prendere la mano… ha dimenticato pure quel po’ di buono che c’era in lui, il ruolo che i bambini gli avevano attribuito suo malgrado e… e quello che è successo lo potete vedere tutti.

Ha ceduto il suo ruolo e la sua immagine, ha delegato ad altri i suoi compiti.. è diventato così importante che prima ha messo un esercito di falsi babbi natale nei centri commerciali, poi ha abbandonato le renne. Si è comprato un tir che vola ora, dentro c’è Adriana vestita come lui (a lei serve meno stoffa l’animaccia!) che getta telefonini dal portellone posteriore.

Ho visto in tv ( e la tv dice sempre la verità) che ha cambiato look e ora porta pure lui il gessato. Si tinge i capelli e si è tagliato la barba… gira con una bionda ora.. (è un film.. questa non potevate capirla).

È così importante che si può permettere di non lavorare nemmeno l’unico giorno che dovrebbe: mediaworld fa tutto per lui. Lui dorme davanti i regali e al nostro benessere ci pensa il mega store.

L’epilogo e il tracollo però stanno tutti nel colpo basso che la coca-cola ha mollato a babbo natale tagliandolo fuori dal progetto: la cola mette i premi all’interno dei bicchieri di carta ( anche questo l’ho visto in tv e la tv non mente mai) e babbo natale trova la sua cassetta della posta vuota… i bambini preferiscono un Mc menu a quel panzone.

Poi non vi dico le ladre di trucchi che vanno a rubare a casa sua! E che dire dei papà natali con i pandori? Milioni di casi simili.

Babbo natale non esiste più, ma è rimasto il suo spirito. Babbo natale è lo spirito del natale ora… ora più che mai! Eccola la verità… babbo natale è morto e solo ora esiste. Provate a darmi torto!

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In un anno imprecisato, pochi giorni prima di Natale, la guardia di finanza, con un blitz, sequestrò i registi dell’officina di Babbo Nicola, dove ormai lavoravano centinaia di elfi, e sulle prime pagine dei quotidiani cominciò a sorgere il caso NATALE.

Il signor Nicola ,per i giorni che lo videro al centro dell’attenzione, continuava a sorridere imperturbabile ai fotografi fuori dai tribunali e rassicurava i fans circa l’equivoco su cui si basava tutta quella baraonda: “ E’ solo un errore!”

Inspiegabilmente il caso venne chiuso in un tempo relativamente breve e venne fuori che aveva infranto qualche regola irrisoria, forse non aveva montato le catene da neve alla slitta, o aveva dimenticato di fare qualche scontrino, non ricordo, fatto sta che i suoi avvocati in gessato blu e pelliccia di lupo siberiano riuscirono a farlo uscire pulito dalla faccenda con la sola noia di dover pagare una multa che avrebbe potuto sostenere pure la paghetta di un bambino.

Pochissimi, tra lo scalpore mosso, notarono il trafiletto a pagina 32 di un giornale minore che insinuava sospetti circa la morte del magistrato che curava il caso NATALE con annessa scomparsa dei registi, l’articolo a prima pagina intitolato “giustizia è fatta” evidentemente basta a tutti.

 

Da quel giorno il nonnino grassotto cominciò ad essere chiamato “babbo Natale” e il suo nome volò di bocca in bocca anche più veloce della sua slitta.

L’opinione pubblica dimenticò ben presto il caso sconveniente e il plauso intorno all’uomo aumentò a dismisura. Quanti regali! Quanta gioia peri i piccoli piezzi e core di tutte le mamme! La sua figura zuccherosa ammaliava i piccoli e intimoriva un po’ i grandi che, però, seppero utilizzare al meglio il suo potere mediatico minacciando i figli con un mancato recapito di doni.

 

Per molti anni la stabile figura di Babbo natale imperversò tra le favole, le pubblicità e gli spot televisivi; un omone rosso con un sacco in spalla che nessuno vede mai e che porta i doni a tutti i bambini del mondo. Mangia biscotti e nonostante la mole si cala dai camini con il suo sacco.

Ma cosa c’è di vero nella storia di Babbo natale? Da dove arrivano tutti quei regali? Come mai nessuno lo vede mai? La risposta a queste ad altre domande esiste, infatti…

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All’inizio si chiamava Nicola e viveva in una piccola baita lombarda nell’antartico.

Con lui abitavano sua moglie – la signora Hana Beph- e quatto elfi che faceva lavorare in nero in cambio di vitto e alloggio.

L’abito che portava era VERDE (e questo lo sanno tutti) e come tutti sanno, essendo povero e buono era magro e un po’ ricurvo.

Sto  nonno a natale, regalava i giocattoli ai bambini del suo villaggio, mentre il resto dell’anno fabbricava sedie tavolini e slitte di una qualità talmente infima che nessuno ebbe mai il coraggio di comprarne una. La sua generosità gli valse il bene dell’interà comunità e nonostante non pagasse mai un conto erano sorrisi 365 giorni l’anno!

 

Un giorno, nel paesino “x” in cui abitava Nicola, arrivò un signore distinto; gessato blu, cravatta celeste cangiante e pelliccia di lupo siberiano.

Era evidentemente un occidentale o qualche suo obbrobrioso sottoprodotto; il tizio entro nella bottega- panetteria- onoranze funebri- sartoria- cartomanzia al civico “tredici” della piazza principale e domandò della casa del signor Nicola.

Il bottegaio- panettiere- eccetera… lo indirizzo e quello arrivò diretto davanti al portone.

 

“Tok tock! Abitano qui il signor Babbo Nicola e la signora Beph Hana?”

“Si siamo noi.. desidera? … davvero?! .. bene, prego, si accomodi!…”

 

Pochi mesi più tardi babbo natale potette comprarsi la sua prima slitta a tre renne motore e con le nuove comodità cominciò a distribuire doni anche nei paesi più vicini.

Cambiò vestito e iniziò a indossare mastodontici mantellati completi rossi di velluto.

Più passava il tempo e più diventava ciccione ma non solo! il suo franchising, infatti,  si ampliava a dismisura e velocemente cominciò a coprire un vasto territorio.

Babbo natale viaggiava molto, continuava a fabbricare slitte scadenti che nessuno comprava e nonostante tutto diventava così ricco, ma così ricco da poter fare doni a tutti i bambini del mondo.

Le sue renne divennero 8  (Comet, Dancer, Dasher, Prancer, Vixen, Donder, Blitzen, Cupid.) e i primi dubbi circa gli introiti del simpatico nonnino cominciarono a sorgere nel paese e dintorni…

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