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Archive for the ‘Senza categoria’ Category

Sweet Italy

canal st martinNel silenzio del mio piccolo appartamento parigino in questo sabato sera di Aprile mi sembra già di guardare gli oggetti con nostalgia. La partenza è prevista tra qualche giorno. Nella guerra di cartacce e vestiti che infuria nei nostri 33 metri quadrati, intravedo sul tavolo il foglio su cui abbiamo appuntato le cose da fare prima di andar via: disdire, cercare, prenotare, sistemare. Ma in questa calca di cose da fare, che non riesco a mettere in ordine, resto inchiodata sul divano e faccio danzare tra le dita le suggestioni di un viaggio al termine.
Fuori piove, come sempre. E’ la fine di un lunghissimo inverno o almeno così si dice.
Noi ci proiettiamo verso un’Italia di sole e di cibo che ci riempie il cuore di affettuosa malinconia. Mentre fa sera rifletto sui pro e sui contro dell’andare e restare. Le valige, con le loro bocche vuote e spalancate, mi ricordano che le decisioni, per quanto casuali o ponderate, ormai sono state prese; devo solo rassegnarmi all’idea che inghiottiranno un pezzo di vita e, all’arrivo, quello che riuscirò a tirare fuori di lì sarà a mala pena qualche brandello di ricordi.
Parigi è una città viva e attiva nonostante il grigio, nonostante il freddo. I parigini con i loro manierismi e i loro infiniti “ Grazie signora”, “prego signore” sono stucchevoli ma accoglienti e il loro carattere sotto una livida scorza nordica è pallidamente mediterraneo.
Tutti amano l’Italia per cognizione o per sentito dire e la maggior parte di quelli che mi hanno chiesto da dove vengo, hanno nonni, mogli o almeno cognomi italiani che sfoggiano come trofei .
Nel ristorante dove lavoro è passata tanta gente che mi ha fatto domande di ogni tipo. Curiosi di cinema, di arte, di cucina, gente che è una vita che sogna un viaggio in Italia e che si è fatta raccontare le granite in Sicilia, le gite in macchina sulla costiera amalfitana, le leggende di Pasquino e fontana di Trevi.
Ricostruita dalle loro fantasie, l’Italia è un dolce glassato che splende al sole, dove le ombre che la divorano sono birbonate di un popolo distratto e simpatico; piccole pecche che completano il quadro.
Io non mi faccio mai pregare per tessere le lodi del mio paese ma mentre spiego col mio francese entusiasta e impreciso chi è Totò o qual è la differenza tra ravioli e tortellini, penso che dovrei spiegar loro che l’Italia non è solo cibo sole e gente allegra.
Penso spesso al rientro e mi accorgo che io, su quella glassa da lontano invitante, ho paura di rimanere appiccicata come una mosca. Guardo i bagagli aperti e mi viene la nausea se penso a quanto mi faranno penare la disoccupazione, la burocrazia, le distanze moltiplicate da un traffico soffocante , la cronaca di una politica oltre il limite del paradossale e le incongruenze di un popolo geniale, pigro, generoso e opportunista.
Se la partenza l’ho vissuta come un esilio volontario, il ritorno è un masochismo inspiegabile e mi dispiace sorprendermi a pensare che l’Italia per me rappresenta la casualità, la confusione, l’approssimazione, i cavilli e le raccomandazioni, mentre la Francia, come gran parte dell’Europa, è un esempio di funzionalità, di servizi possibili, di code ordinate e di regole semplici da rispettare.
E’ ormai l’ora e io preparo la cena seguendo le ricette di famiglia. Penso ai parenti e agli amici e la nostalgia cambia nazione. Per una frazione di secondo non vedo l’ora di rientrare. Mediocre e banale torno in Italia perché mi manca quasi tutto e perché, anche se mi fa rabbia, è il paese dove mi immagino felice. Non è disonorevole voler vivere dove ci si sente a casa e anche Ulisse è tornato a Itaca.
Di Parigi mi mancherà l’odore del pane alle sette di sera, sta follia che te lo danno in un pudico triangolino di carta e poi lo porti in giro nudo fino a casa. La tour Eiffel che di notte ispeziona il cielo col suo potentissimo fascio di luce al nucleare, quell’aria di futuro e di possibile sotto una coperta di nuvole e pioggia vaporizzata; gli amici con i quali ci si è dovuti voler tanto bene per superare i vuoti della lingua e il già citato lungo inverno; Il kir, il velib e tutti i dettagli di una vita normale costruita in un quartiere tranquillo. E’ stato davvero bello stare qui ma ora è il tempo di mettere qualche spunta alla lista e poi, felice, andare.

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LA TORTA

Scrivere è un bisogno naturale e infatti come il mangiare, se non ci penso o non è tempo,è un desiderio che resta nascosto, finché uno stimolo  non lo porta prioritario all’altezza del ventre.

Un anno di digiuno nel tentativo di raggiungere un “ raccoglimento interiore”, un “reset cognitivo” o “restyling delle percezioni” (virgolette,tante virgolette) , ma il gorgoglio che ho allo stomaco ormai è così forte che quasi ha voce propria.

Amicizia, sesso, amore… potrei fare un gran parlare delle questioni che mi hanno inseguita mio malgrado, crogiolandomi nei discorsi che non vi cambierebbero.

Assumerei meravigliosi toni criptici e vagamente saggi parlando di verità che per altro non ho, e direi parole che quindi, non direbbero nulla.

Vi parlerò piuttosto delle notti incappottate nel cielo rustico di Collelongo e di quelle passate seduta in un oblò masticata da una nave e da un buio che spaccano il mare.

Vi dirò dei miei sogni di Magritte fatti stesa su lenzuola verdi a pois, o degli arabeschi nobili che le ombre delle tende imprimono  sulle carni bianche e umide degli animali.

Vi dirò del fracasso sonnolento del corridoio interminabile in un albergo, dove la solitudine viene a trillarti nelle vene.

Vi dirò di quei luoghi e di quelle persone che tra segreti e fiabe, tra sampietrini e birra, ogni volta che volevo sparire mi legavano parole in gola allontanando l’agognato ZERO.

Non posso raccontarvi le conclusioni, ma posso dirvi qual’è il percorso che inevitabilmente mi ha riportato al punto di partenza con in tasca due insignificanti idee in più.

È finita l’astinenza che in realtà non è mai cominciata e ora dunque devo cominciare a digerire o vomitare tutto quello che in questo anno ho fatto finta di non pensare.

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Rosso

Sono di nuovo innamorata dell’amore, di quella cosa evanescente, intoccabile, irraggiungibile che per necessità si fa piombare nel corpo di un altro, tenendola lì finché si può, incatenata alla pelle e alle ossa.

Si schiaccia l’amore pestandolo sotto particolari, costringendolo a deperire a causa di abitudini che cerchiamo consapevolmente. Dobbiamo materializzare quel sentimento.

 

Poi un giorno sbrocca. L’amore dico. Spacca le reti e la maglia di pelle e vola via, lascia il corpo in frantumi, lascia la sua scia e noi tutti belli convinti che quel colore sia il cuore distrutto.

 

Stare lì a piangere persone e rapporti è come cercare nella sedia vuota la presenza di chi si è appena alzato, fissare quel posto… per me si diventa pazzi così.

E mentre l’amore, che è l’unica cosa di cui necessitiamo se ne sta lontano, noi ci rassegniamo a quella gabbia che abbiamo costruito. Amiamo la gabbia evasa, ecco quello che succede!

 

Io non sono così. Io sono innamorata dell’amore.

Amo le persone che sono riuscite a trattenerlo un po’ per me, ma loro sono solo il mezzo.

Io cerco di trovarlo e lui ogni tanto si fa sfiorare. L’amore è bastardo perché sa che più mi illudo di poterlo raggiungere, più lui sa di diventare importante. E io lo inseguo. A lui posso perdonare tutto, anche la cattiveria di costellare il mio passato e il mio tempo di poveri corpi.

 

Narciso! Mi sorride da lontano e io che mi lacero.. povera stupida!

È così che va il mondo; e noi che pensiamo di cercarci l’un l’altro e invece siamo solo dei mezzi.

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Aria

Mi domando come possa succedere che non tutti vogliano fuggire dal piccolo mondo che li circonda.

La notte gli incubi sono tornati, mi seducono piano, mi tolgono l’aria e io voglio partire.

Com’è possibile che invece di fuggire si voglia nutrire e far vivere pasciute queste certezze?

Soffoco.

 

L’idea mi ossessiona, un vortice assurdo

cose futili e superabili assorbono le nostre giornate

quotidianità, soggettività.

 

È sbagliato il modo di approcciarsi  al tempo, alle cose, alla realtà fattuale.

Un mondo che si stringe si chiude e alla fine si annulla.

Io mi chiedo come le persone possano addormentarsi serene mentre pensano al loro piccolo “tutto” mentre io per l’incapacità di fuggirne sogno cose terribili.

Non capisco questo desiderio di annullarsi, non capisco questa necessità di stare male

non capisco.

Non capisco come il passato possa fare male; perché tante lacrime a causa sua.

perché devo sentire atroci futili rimpianti?

Bisognerebbe galleggiare sulle proprie lacrime e non affogare in esse.

È il modo sbagliato di vedere le cose, di pensare al passato, di accostarsi al futuro.

tutto di appoggio.

tutto in appoggio.

Sempre un fine ultimo sempre una costruzione.

Un passato da contemplare come giustificazione delle debolezze e

dei drastici cambiamenti;

un futuro in cui nascondersi: aspirazione massima di sicura monotonia.

 

Io temo la vischiosità dei pensieri vecchi

l’intangibilità rischiosa di quelli sconosciuti.

Temo di morire soffocata -come quelli che mi stanno intorno- nella gabbia che mi sto lasciando chiudere intorno.. io non sono così…

devo

scappare.

Soffoco.

 

 

Notte rimani con me un’altra notte.

Notte d’aria e di silenzio carezzami ancora con i tuoi tormenti. 

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Il bidet

Proprio ieri parlavo con una mia amica e mi sono ricordata di una scena della mia infanzia.

 

Verso i cinque sei anni ero nel bagno della mia nonna sarda e mi lavavo i piedi del bidet (come i francesi) ammirando lo strano rullare dell’acqua nelle curve della ceramica…

Mia nonna era li vicino, forse puliva, e io le chiesi in modo diretto :

Nonny, si paga l’acqua che entra o quella che esce?”

 

A quell’età io ignoravo davvero la risposta e lei:

L’acqua si paga tutta

 

Mi ricordo la grande confusione che mi aveva provocato quella giocosa risposta…

“L’ acqua si paga tutta” nella testa di una ragazzina di sei anni voleva dire che c’era un contatore dietro il rubinetto e uno dietro lo scarico, quindi la deduzione logica che ne trassi era che se avessi sputato nel lavandino nonna avrebbe pagato pure quello.

Di conseguenza per qualche giorno ho ingoiato il dentifricio. Poi i mal di pancia erano così forti che ho dovuto smettere.

 

La MORALE è che bisogna sempre essere chiari con i bambini perchè certi sarcasmi non li possono capire.

 

La RIFLESSIONE consiste nel pensare quante volte non capendo le risposte contorte date alle mie domande ho fatto cose stupide al pari dell’ingoiare il dentifricio.

Molte volte si danno risposte allusive che non vengono spiegate e se chi le riceve non conosce l’argomento può avere una visione distorta della realtà…. Disastrose le conseguenze.

 

La CONSIDERAZIONE i Francesi usano il bidet solo per lavarsi i piedi.. CHE SCHIFO!

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Essere e non.

Oggi mi domandavo: come mai si ha l’affermazione di sé stessi solo nel mondo esterno?

Non è una domanda filosofica, è più una domanda esistenziale.

 

Nessuno riesce a essere consapevole di sé se non si confronta con gli oggetti o con le persone che lo circondano.

Questo mi sembra un dato di fatto; un assunto se non scientificamente provabile sicuramente accettabile almeno intuitivamente.

Non si può pensare a un soggetto senza quello che lo circonda. Non si può pensare a niente se non in contrapposizione con il resto o quanto meno con il suo contrario.

Questo è valido per tutto.

Ecco: “tutto” è possibile pensarlo solo se lo metto a confronto con una mancanza e con il suo opposto e cioè il “niente”. non potrei pensare a un “tutto” se non fosse presente in me la possibilità di un qualcosa di diverso dal tutto e cioè: tutto meno almeno una cosa!

Il bene esiste solo se accetto che esiste il male, il vuoto se c’è il pieno, eccetera.

 

Ma questi sono concetti filosofici, roba su cui il fior fior dell’umanità s’è arrovellata il cervello! Io certo non posso risolverli, o non ora, eppure voglio concentrarmi su un problema.

Non è tanto il dubbio del bene e del male che mi assilla oggi, ma della presenza del nostro soggettivo essere in ognuno degli altri.

Io mi accorgo che esisto solo quando posso dire che quello seduto vicino a me non sono io. Esisto quando delimito i miei confini spaziali; io coincido in materia con il mio peso corporeo più o meno.

Anche psicologicamente, anzi, soprattutto psicologicamente si ha bisogno di questo confronto con il proprio non essere. Io so di essere, solo perché altri sono (esistono) come  me.

Nonostante il COGITO ERGO SUM, senza il resto noi non sapremmo minimamente di esserci.

Non voglio andare troppo a fondo nella questione, anche perché finirei con l’impantanarmi in discorsi sulle entità assolute;  ne sono sicura perché quando si parla di essere e non essere assoluti si finisce sempre a parlare di teologia e non è questo l’argomento di oggi.

 

Tutto sto problema esistenziale nasce da un’osservazione di ordine pratico: la normalissima esistenza quotidiana.

Ognuno ha qualcosa da fare e da pensare. Tutti hanno qualche sorta di impegno che li occupa ( e secondo me li fa vivere.) non ce n’è uno solo al mondo che ha consapevolezza di sé senza queste cose.

Chi perde il lavoro si da alla famiglia, chi perde la fidanzata si dà allo studio, chi perde amici si trova un lavoro, chi non ha questo cerca quello e chi non ha nulla trova altro. Come mai?

Dico: saremmo lo stesso soggetti degni di dignità se non avessimo un oggetto a cui pensare?

Un soggetto a sé pensante potrebbe essere soddisfatto?

E ripeto, non voglio portare i dubbi ad assurde congetture filosofiche, è solo una questione pratica.

Il soggetto può affermare se stesso senza dover dominare le situazioni o gli altri ma semplicemente pensando a se stesso?

 

Ok, io non potrei farlo, ho bisogno di studio o amici o amore per essere felice, ma un’altra persona può farlo?  Credo di no.  Per come siamo fatti credo che l’essere senza l’altro o senza poter dimostrare la sua stesa essenza nelle altre cose si annullerebbe.

Una persona che può pensare solo a sé e non deve emergere ogni secondo dal confronto con il mondo esterno non avrebbe di che esistere.

 

 

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Limiti

Ci sono delle cose di cui ho paura. e sono:
 

l’Abitudine

la tristezza

la noia

e diventare cieca

 
 
Per il resto ragni e vermi non mi impressionano e dei topi non mi occupo proprio, le mie unghie sono sempre corte e non temo l’acqua dei piatti come male cosmico che rovini le mie mani.
 
sono una persona credo normale.
 
non capisco perchè guardo con tanto stupore e tristezza a questi tratti dei miei limiti… non capisco perchè temo questi limiti e li cerco di continuo…
 
 
come rientro in scena non è un gran che… ma con le capacità intellettive intorpidite questo mi sembra il massimo.
 
 

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