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Archive for the ‘Università’ Category

ESSERE E AVERE

All’università sinora ho capito solo cose che sapevo già, ma mi sono penetrate nelle ossa come il terrore di un incubo che pure quando ti svegli continua ad afferrarti la gola.
 
Un paio d’anni fa mi lamentavo della mia triennale, ma pure se frignando alla fine mi sono laureata con un bel 106 su 110 e da una settimana seguo i corsi di una laurea specialistica gestita da scienze statistiche e da scienze della comunicazione e presto, da brava studentessa universitaria, potrò ricominciare a lamentarmi di qualcosa, ma questo è l’argomento di un altro intervento.
 
Dicevo, nel nuovo corso ho imparato cose che sapevo già. Il nostro professore spiegandoci le teorie sociali, non fa altro che sottolinearci quanto siano svalutati i titoli di studio, quanto valga sempre meno la nostra sudata laurea e di quanto bla bla bla… cose che- ripeto- sapevo già, ma la novità era che la spiegazione era particolarmente avvincente. 
 
Però finita la lezione portata avanti come un’orazione da foro con una grande commozione nel tono della voce e con ampi gesti tragici e coinvolgenti, il prof facendo sfavillare i suoi occhi da dietro gli occhiali, chiede la partecipazione della classe e…
 … e un nero annoiato silenzio risponde a tanto entusiasmo.
Se fossimo stati in un fumetto subito dopo il quadro con le stelline sulle lenti di Sgritta sarebbe apparsa l’inquadratura di noi inetti, con qualche aereopalnino di carta volante e lime rapide a smussare unghie pittate, sorvegliati dal ronzio del microfono e dell’unica mosca vagante.
 
Il nostro prof scosso dallo sconforto ci guarda tramortito e afferma con voce ferma e assente che siamo la classe meno partecipativa che ha conosciuto. La cosa oltre che mortificarmi, mi ha fatto riflettere.
 
La nostra laurea non vale niente perché non ci importa nulla di prenderla. Lo facciamo perché tutti lo fanno e perché senza non troveremmo un lavoro, che poi non troviamo nemmeno con quella in mano. La laurea non vale nulla perché non muoviamo un dito se non c’è riconoscimento ufficiale dietro. Non so, un voto, un attestato, cinque crediti o la stretta di mano timbrata di un preside.  Tutto perché studiamo e prendiamo trenta ma non ci importa veramente nulla di capire. Perché non proponiamo un’idea se l’insegnante non ci sollecita.
Non facciamo nulla per niente, nemmeno per noi stessi forse, e non lo facciamo perché tanto la laurea non serve a nulla. Non abbiamo capito ( e questa è l’unica cosa nuova che ho seriamente immagazzinato anche se già la conoscevo) che dobbiamo studiare per avere il miglior riconoscimento ufficiale che ci serve come garanzia, come presentazione ma che da solo però è vuoto, e una volta raggiunto quello fare tutto quello che ci è possibile fare per apprendere di più, per diventare persone e non solo studenti.
La differenza tra uno studioso e uno studente forse risiede in questa autonomia che appartiene al primo e che il secondo scansa tanto accuratamente. Mi rendo conto che più di ogni tirocinio, più di ogni esame serve impegnarsi nel raggiungimento dello scopo e che bisogna vestire a lungo e umilmente i panni dello studente prima di essere pienamente una studioso.
 
Diciamo che non mi serve a nulla un altro titolo di studio. Non mi serve a nulla se non mi impegno a completarlo e questa scoperta che mi porterà il peso di una croce sarà sicuramente anche la mia unica salvezza.
 
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Bartezzaghi

Tra gli ultimi conati di insofferenza un’altra sessione è passata e io ora sono qui che penso.

 

Penso alla mia laurea presa quasi per metà.

Penso a quando mi sono detta che nella vita avrei voluto studiare perché mi sarebbe piaciuto diventare uno di quei dotti e lontanissimi professori di cui avevo tanta stima.

 

Penso all’immagine profonda e misteriosa che avevo di quella sapienza che mi istruiva quando ancora popolavo i confortevoli banchi di scuola.

 

Penso alle mie competenze che in ogni campo sono come l’Emmenthal: a buchi.

 

Penso al Bartezzaghi della settimana enigmistica che finisco solo col supporto del dizionario enciclopedico anche se ho 21 anni e studio.

 

Penso ai professori con cui ho a che fare ora, che a volte mi sembrano ancora troppo distanti e penso a quando credevo che la laurea mi sarebbe bastata a diventare come loro.

 

Penso alla leggerezza con cui ho accettato il termine MATURITA’ con allegato diploma per cominciare poi a giocare come una bambina con le corone d’alloro della laurea.

 

Penso alle notti piovose o stellate che ho passato a studiare su quelle fotocopie che poi una folata di vento fa sempre volare per la stanza come rondini impazzite.

 

Penso al Bartezzaghi che di questo passo non finirò mai da sola;

penso a mia madre che è infermiera e invece lei da sola ce la fa.

 

Penso al mio bagaglio universitario che si aggira più o meno su 18 esami per 400 pagine, che in confronto al mondo… ma cosa sono 7200 pagine in confronto al mondo!

 

Penso alla fatica che sento di aver fatto, e aspetto con grinta quella che ancora spero mi spetti per poter migliorare quello che sono.

 

Penso che tutto questo un senso non ce l’ha ( e il grande Vasco questo lo aveva predetto) perché mia nonna che ha fatto la sarta e ha la terza elementare, il Bartezzaghi lo fa senza incroci.

 

Penso, e solo per il fatto di farlo dovrei accontentarmi, ma scoprire che questo non mi costruisce ma mi disintegra ogni volta, mi fa pensare che forse non avrei voluto saper finire il Bartezzaghi.

 

Penso che ormai è troppo tardi per tornare indietro e vorrò sempre tentare la soluzione dei quiz e

penso quindi che dovrò sempre guardare con ammirazione a quella nonna buona che pensavo di poter superare con una stupida laurea che a lei non serve per essere migliore di me. 

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Ieri una bella ragazza culona tutta di nero vestita –salvo la cinta argentata a squame di pesce-, girava gaia e tranquilla per l’università, mentre io boccheggiante costeggiavo i muri in cerca di aria e ombra.

Sotto il sole una bionda vestita di nero ancheggiava vanitosamente il suo grosso culo presumibilmente sudato.

Era evidente che si sentisse bella; Ostentava in modo quasi imbarazzante le super tette inserite in micro-cannottiera. Bianche tette in maglia nera.

Ha ciarlato per un po’ con un tipo poi si è voltata.

L’ho vista allontanarsi dondolante e gongolante in fase di attraversamento piazza.

Me la sono proprio gustata mente si portava dietro quel bel sedere che i lunghi pantaloni neri avevano l’intenzione di nascondere.

Lei si allontanava e io pensavo: MA SE FUNZIONASSE ANCHE CON I CERVELLI?

Mi pare di notare che un pensiero tetro, a parità di sostanza, sembri generalmente  più compiuto e accurato di uno che con la stessa  ponderazione volge le sue attenzioni a risultati positivi.

Chi è positivo spesso è preso per sciocco, mentre se chi ha in sè il “perenne male cosmico” dice una parola, è preso per “filosofo” o per “onanista concettuale”( cioè uno che si fa le pippe mentali) ricoprendo comunque un ruolo di prestigio e di considerazione.

 

Che sciocca classificazione…  apparenza solo apparenza. Me compresa.

 

E mentre immagino ancora quell’ondeggiare cellulitico, mi raffiguro pure (per rimando diretto e necessario) tutti i miei cari amici fricchettoni e pessimisti con i quali allieto volutamente le mie serate. 

Metto nel sedere della mia ormai cara musa tutte le nostre facce serie, nascoste da birre 66cl che parlano compiaciute della metà vuota del bicchiere.

In culo al nero tutta l’intelligenza dark che ci fa sentire fighi e che rende patetico e noioso tutto questo inutile gioco di maschere.

Il culo al nero tutti i miei grassi pensieri che per contraddizione mi portano alla mesta stesura di quanto precede: l’ennesima insensata volontà d’essere coerente.

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