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Posts Tagged ‘Nebida’

Scopriamo già dal primo giorno di viaggio che rimontare i bagagli sulle bici è veramente odioso. Bisogna impacchettare tutto con estremo rigore per ridividere i pesi tra le 4 borse, separare i panni sporchi da quelli puliti, il cibo dal sapone e tenere sempre a portata di mano cose utili come il telo verde, le felpe e la catena.

Ripartiamo da Villamassargia pieni di grinta e lo sterrato non sembra più così ostico. Sappiamo che finalmente raggiungeremo il mare e dunque pedaliamo con una buona cadenza in un percorso che non ha particolari difficoltà. Siamo intenzionati a cercare sul posto l’alloggio perché tra quelli della nostra lista non ce n’è nessuno che sia libero o con un costo accettabile. Ci siamo imposti un tetto massimo di spesa di 60 euro a notte e in Sardegna in piena estate è un limite molto basso.

Spiaggia di Funtanamare con biciclette e scoglio pan di Zucchero

Spiaggia di Funtanamare con biciclette e scoglio pan di Zucchero

Verso l’ora di pranzo raggiungiamo la spiaggia di Funtanamare. Il mare ci entusiasma sempre, lo amiamo sinceramente. Parcheggiamo le bici appoggiandole al muretto che divide il parcheggio dalla spiaggia mettendole ovviamente lato spiaggia. Con delle acrobazie che poi diventeranno quotidiane leviamo la divisa da pedalata e indossiamo i costumi. Siamo pallidi e con i segni dei calzini ai piedi ma soprattutto siamo felici di poterci finalmente tuffare in un’acqua limpida e refrigerante. Dalla spiaggia vediamo le bici e il tratto di salita che dobbiamo fare per arrivare a Nebida, la nostra destinazione.

Ancora una volta decidiamo di partire nelle ore calde. Dobbiamo arrivare in tempo utile anche per cercare una stanza, non possiamo perdere tempo. Mentre ci rivestiamo si avvicina un signore che scopriamo essere un appassionato ciclista della zona. Approfittiamo immediatamente dell’occasione per chiedergli se la salita per Nebida è molto lunga e lui ci dice che non è un tratto difficile, lui la fa spesso e poi prosegue per un percorso più ripido che vira nell’entroterra.  Tanto noi restiamo vicini al mare, non abbiamo intenzione di girare per montagne! Salutiamo, accogliamo con gioia gli auguri del nostro collega dai polpacci di ferro e iniziamo una salita che mi sembra micidiale. Per fortuna non è tanto lunga e in effetti raggiungiamo presto Nebida. Facciamo il giro sulla passeggiata panoramica a strapiombo sul mare che è davvero suggestiva e dalla quale si vede lo scoglio del Pan di Zucchero.  Da lì su si vedono le miniere dismesse, questo tratto di costa né è pieno. Anche il mio bisnonno lavorava nelle miniere, un po’ più a sud, quindi so che la zona dell’iglesiente è stata molto ricca prima di cadere in miseria nel momento in cui l’estrazione di minerali non è stata più redditizia. Ci troviamo in quest’area negli stessi giorni in cui gli operai dell’Alcoa lottano per non far chiudere la fabbrica. Vedendo i ruderi nostalgici delle vecchie miniere mi viene da pensare che questa chiusura non potrebbe far altro che dare il colpo di grazia a una Regione già molto provata dai problemi della disoccupazione.

Ci rivolgiamo alla pro loco e troviamo un alloggio a Nebida ma decidiamo di non prenotarlo subito perché vogliamo andare a dare una sbirciata a Masua che si trova a soli 4 km di distanza, magari troviamo qualcosa di meglio là, e se non troviamo torniamo indietro.

Da Nebida a Masua è tutta una lunga discesa alla quale noi, dopo la salita, non riusciamo a resistere. Ben presto ci accorgiamo che masua e semi abbandonata e che tornare indietro sarebbe impossibile; quella bella discesa si è trasformata in una salita incredibile che in 4 Km porta la strada da 0 a 200 metri sul livello del mare. Siamo letteralmente caduti nella gola in cui si trova Masua e io accaldata, affamata e stanca, finisco nel panico e comincio a sbraitare dicendo che siamo due scemi, che non possiamo andare né avanti né indietro e che adesso non c’è nessuna soluzione.

La tenda nell’area camper di Masua

Stefano mi abbandona a guardia delle biciclette mentre continuo a dare in escandescenza e si allontana alla ricerca d’informazioni. Torna dopo poco con aria trionfante e mi guida senza tante spiegazioni verso l’area camper. I proprietari hanno acconsentito a farci piantare la tenda, si fanno dare simbolicamente 10 euro e ci indicano l’unico albero di tutta la zona. Siamo in una piazzola circoscritta dalle piante e leggermente rialzata rispetto al resto. Dall’apertura della tenda si vede il mare, la doccia è gratis e c’è pure il chiosco dove comprare l’acqua. È fantastico! A volte dimentico di cosa è capace la provvidenza.

Abbiamo meno di 20 euro nei portafogli, compriamo due panini e poi andiamo a fare una passeggiata verso Porto Flavia che si raggiunge a piedi. Al gabbiotto chiedo se i biglietti si possono pagare con il bancomat, risposta negativa. Alzo le spalle e dico “Va beh, pazienza, grazie”. La tipa mi guarda e mi chiede “ non hai nemmeno 10 euro? Otto? ”  No non ho niente. I 12 euro che ho nel portafogli sono quelli della cena e di certo non rinuncio a mangiare per una gita! Ma questo non glielo dico, faccio solo segno di no con la testa. Il tipo vicino a lei si alza contrito va a prendere due caschetti gialli e ce li mette in mano con decisione e poi dice “ Non è possibile che la gente arriva fino a qua e poi non li facciamo entrare. Non esiste! Questi sono i caschi, veloci seguitemi quello è l’ingresso e la visita guidata inizia ora.”

La guida nella galleria di porto Flavia

La guida nella galleria di porto Flavia

Stupefatti e confusi infiliamo i caschetti ed entriamo gratis alla galleria buia, seguendo una lucina che è in testa al gruppo. Durante tutta la visita un bambino di circa due anni continua a frignare perché ha paura. Le gallerie sono basse e buie e ai lati ogni tanto si vedono dei pozzi profondi. Capisco il bambino e comincio a odiare la madre che non si rende conto che in una volta sola sta riuscendo a rompere le palle a tutto il gruppo e a traumatizzare suo figlio per sempre. Io mi attacco alle calcagna della nostra guida che è un ex minatore riqualificato. Ci spiega il funzionamento di questa vecchia cava e ci porta a vedere il moncherino del braccio metallico che esce dalla montagna e che serviva a caricare i minerali estratti direttamente nelle navi che attraccavano 10-15 metri più in basso.

Lui ha una voce decisa e un po’ indignata, come quella di qualcuno che parla a un’assemblea. Racconta la storia della sua zona, qualcosa che ha coinvolto in prima persona lui, la sua famiglia e praticamente la totalità dei suoi concittadini. Mi da l’idea che noi con le nostre infradito e le nostre macchine fotografiche stridiamo un po’ con quello che lui racconta che avrebbe bisogno di un po’ più di attenzione  e rispetto.

La gita finisce; torniamo alla spiaggia e finalmente ci riposiamo. Al tramonto mangiamo i  panini della cena. Ci restano solo i soldi per una birra che beviamo di gusto seduti sulla sabbia.

Breve doccia e a ninna. È tutto buio e il cielo sembra immenso. È la prima notte in tenda, che stanchezza.

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