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Quando abbiamo perso il treno che poi ci ha fatto perdere la nave per la Sardegna, Stefano ha detto:  “ Agli amici diciamo che ci si è rotta la macchina fotografica, però, un mare….!  Sembrava di stare ai Caraibi!”

E se dovessi raccontare la Sardegna così come viene immaginata quando la si associa alle vacanze, me la caverei di sicuro sparpagliando nel discorso una manciata di frasi come questa.

Ma la Sardegna del mio viaggio è stata un trionfo non solo di spiagge e mari ineguagliabili, ma anche di salite lente e discese ventose, di problemi nuovi  (le pendenze, l’acqua, il cibo e l’ombra)  e di incontri con le persone disseminate lungo il percorso.

Non c’è stato nulla di epico o di eroico in quello che abbiamo fatto; 600 Km in 19 giorni sono stati alla portata di due come noi che non avevano nessun allenamento e nessuna preparazione.  Ogni vetta, comunque, è stata una conquista personale, da festeggiare con una bella bevuta dalla borraccia bollente e una discesa sinuosa sino alla spiaggia. Il piacere è stato tutto nel misurarsi con le proprie capacità fisiche e mentali e raggiungere ogni sera un posto nuovo che sembrava sempre ai confini del mondo ( e non era mai a più di due ore di macchina o da Cagliari o da Nuoro) con la gioia di essersi conquistati il pasto e il riposo.

Questo viaggio mi ha lasciato un grande senso di soddisfazione, mescolando abilmente sforzo, avventura e un minimo di filosofia pratica. Anche gli imprevisti si sono rivelati provvidenziali e tutto, dalla nave persa a Civitavecchia alla pioggia insistente dell’Asinara, si è svolto come se fosse stato previsto e deciso.

Mi limiterò a riportare in maniera comprensibile quegli appunti confusi che abbiamo schizzato su un foglio da riciclo. Alcune informazioni potranno essere utili a chi intendesse replicare almeno una parte del nostro tragitto, altre saranno solo considerazioni personali che trascrivo più per mia memoria che per cronaca.

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Albano, cosa è cambiato nell’Africa rispetto a quando sei arrivato 35 anni fa?

Cosa vuoi che sia cambiato? Le cose sono sempre le stesse… (…) l’istruzione è cambiata. Adesso tutti i bambini li mandano a scuola. Le mamme ci tengono a mandarli tutti a scuola e allora magari non hanno da mangiare però il bambino lo mandano lo stesso. Io gli dico “ma aspetta un anno orca la malora! Hai anche bisogno di mangiare! Il bambino lo mandi a scuola l’anno prossimo un anno può aspettare!” ma loro niente. Li mandano lo stesso.

E poi sono cambiate le donne. Adesso sanno dire di no quando i loro mariti vogliono figli figli figli, anche se prendono le bastonate. Se non fosse per le donne qui non si farebbe nulla, sono loro che badano ai figli che cercano di trovare il modo di mangiare, che li curano.

E secondo te perché qui le cose non funzionano?

Li vedi questi campi? Guarda, ognuno coltiva nel suo piccolo pezzo di terra di tutto, non c’è ordine… guarda quello la giù… i banani vicino al mais… ma non è annaffiato, lo vedi che non è venuto su bene? Qua potrebbero avere due raccolti l’anno, potrebbero essere ricchi ma non sanno essere previdenti, non mettono da parte, aspettano che le cose vengano da sole.

(qualche chilometro più avanti in prossimità del lago)

Vedi queste collline? Non ti sembrano come la Toscana? Qui dovrebbe essere coperto tutto di vigne! Pensa che bello….  ma ancora non sono pronti. Qui se fanno un ettolitro di vino se lo bevono tutto e non ne rimane niente! E poi la vigna va curata, devi passare l’insetticida. A loro non va di lavorare così. Ci vorrebbe qualcuno che viene qua e fa una vigna, poi il vicino lo imita e così via… ma non sono ancora pronti. Non è ancora tempo.

E secondo te qui come vedono i Bianchi?

Come vuoi che ci vedono! Pensano che siamo tutti ricchi! Che abbiamo tanti soldi e quindi ce li chiedono. E anche noi sbagliamo. Ci prendiamo troppe responsabilità al posto loro. Guarda Avi per esempio.. dentro l’ospedale fa tutto lui. Se c’è qualcosa che non va chiamano lui. Ma quando poi un giorno se ne va cosa facciamo? Va tutto in malora! Dovremmo lasciar fare di più a loro.. noi abbiamo migliaia di anni di esperienza e ancora sbagliamo, è giusto che sbaglino anche loro. Io per esempio lascio fare è giusto che facciano loro, sono i prossimi.

E secondo te i soldi che arrivano dall’Italia, dall’Europa per finanziare questa scuola o quel pozzo vengono spesi bene? Arrivano davvero?

E questo non lo so, bisognerebbe vedere i singoli progetti. A tabaka di soldi non ne arrivano più, dobbiamo provvedere da soli.  Comunque si immagino che servano… anche se non arrivano tutti ma solo una parte e servono a fare qualcosa è una buona cosa, non ti pare?

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Mi è stato chiesto un contributo, prendo dal taccuino. Alcune frasi sono liberamente tradotte dall’African English, altre dal Veneto, dal Trentino o da altre lingue simili che non distinguo molto. Niente dall’Americano, perché non capisco niente di quello che dice.
Stefano.

Tabaka e Rongo, Kenya.

Suor Olimpia, dopo abbondante cazzeggio: “ ora che tornate a Roma non lo dite mica al Papa, che ci scomunica tutti!”

L’AIDS non diminuisce, anzi, aumenta. Me l’hanno detto alcuni giovani tirocinanti di qui. Mi hanno spiegato come la prevenzione funzioni poco, come “dopo 3 volte” ci si consideri abbastanza intimi da dire addio alle precauzioni; come la fedeltà di coppia sia un concetto MOLTO relativo, soprattutto per i maschi (…”perché quando vedo un bel paio di gambe”…). Suor Lucia mi ha raccontato quanto ancora siano forti vecchie superstizioni e vecchi impostori: sto male perché qualcuno mi vuole morto, lo stregone mi ha detto che sto male perché ho dei denti di leone nello stomaco, vedi questi cinque, me li ha tolti passando dalla schiena. Ha detto che se gli porto 15.000 scellini (150 euro) mi toglie anche gli altri, mi fai un prestito?

“I Kenioti generalmente sono tranquilli se non sono ubriachi. Generalmente non gliene frega un cazzo, non si stressano e non si incazzano, soprattutto sul lavoro. In ospedale, se uno fa una cosa fatta male non viene cazziato e se viene cazziato non gliene frega un cazzo. C’è sempre allegria, anche quando uno sta male; soprattutto il dolore fisico può essere un motivo di scherzo e di una bella risata in compagnia.” Un medico occidentale, seppur italiano, seppure romano, ma anche Ungherese, peggio se polentone, può anche impazzire di fronte ai continui ritardi ed errori – soprattutto su malati giovani e gravi – e può trovare veramente stravagante il modo in cui il malato viene un po’ preso in giro. Può restare sempre uno straniero che pensa di essere giusto mentre gli altri sono sbagliati, senza chiedersi perché è tutto così diverso. Oppure può cercare di velocizzare un po’ le cose, adattarsi un po’, incazzarsi un po’, farsi qualche risata pure lui e altre volte semplicemente restare serio.

Suora Lucia dice che le cose qui non migliorano perché non c’è la mentalità di “ programmare”, le persone appena hanno spendono, pensando solo all’immediato. È sicuramente riduttivo ma significativo. È certo una generalizzazione che non vale (o poco) per chi ha una istruzione superiore, in quanto questa è più simile a un modello occidentale e tende quindi a trasmetterne anche la mentalità, ma certamente riassume gli effetti della catapulta colonizzatrice, che ha portato a cambiamenti repentini – dai villaggi e le tribù allo stato e alle città – senza che ci fosse il tempo di avere opportuni cambiamenti sociali e antropologici; quelli che per noi si sono sviluppati in più di duemila anni di storia. Ed ecco il caos, la disorganizzazione, gli scontri tra fazioni scatenati dai politici, la corruzione a tutti i livelli. La polizia più di tutto. “ma a volte la corruzione è una cosa buona! La polizia soprattutto a Nairobi ti viene a prendere a casa, senza motivo, ma se hai dei soldi da dargli ti lasciano stare.”…
Suor Lucia per un anno ha provato a farsi dare un’autorizzazione per costruire un pozzo, decine di volte allo stesso ufficio “ torni tra due settimane”. Quando ha protestato “Suora ma ancora non hai capito? Aspettavamo ci offrissi una tazza di thè (una mazzetta)”, “Ma con che coraggio, io vengo qua a aiutare i bambini, spendo tutto per sostenere le famiglie in difficoltà e tu chiedi questo a me? Io ho fatto domanda, è un mio diritto!” Dopo una settimana l’autorizzazione era pronta.

In Etiopia come qui ora, Jeruça mi viene in mente di continuo. La cerco negli occhi di tutte le ragazzine coi capelli rasati.

Padre Avi credo abbia più di 80 anni. Trentino, montanaro, educato, gentile, colto. Missionario da sempre. Cazzia un po’ chiunque nell’ospedale, dai carpentieri ai medici; quando qualcosa non va borbotta qualcosa e scuote la testa. Ha studiato il cinese quando era missionario a Taiwan, e non capiva perché aveva sempre mal di testa, ma seguiva da solo un piccolo ospedale di circa 70 pazienti , facendo il giro visita anche 4 volte al giorno. Poi quando il mare era grosso andavano a guardarlo sulla scogliera, quando era bello andavano su cogli infermieri di lì a fare una nuotata. Una volta a Taiwan uno gli ha dato una sediata in testa, s’è riparato con le mani e la spalla ogni tanto gli esce ancora, riparandosi gli è rimasta una zampa della sedia in mano ma non l’ha usata per reagire perché “mi son detto: son prete, straniero… via, son scappato!” poi quando la polizia voleva arrestare l’aggressore: no ma deve promettere di curarsi. Una volta a Tabaka dei ladri gli han spaccato un labbro con il calcio del fucile, ma questa lui non la racconta, non dev’essergli piaciuta. Ha una cicatrice sulla fronte di un incidente sulle strade del Kenia. Padre Avi è prete, chirurgo generale – fa dall’ernia alla gastrectomia -, ortopedico, ginecologo, dentista, pediatra, ecografista, endoscopista. Ha tantissima esperienza e un grande senso pratico, creativo. Quando qualche medico ha un dubbio chiede a lui, quando c’è qualcosa che nessuno sa fare la fa lui.

(Pedro, ortopedico di Emergency) nel ’98 hanno assaltato l’ospedale, io mi son chiuso in camera, messo soldi cellulare e macchina fotografica sul tavolo così se entrano gli do tutto, solo il passaporto l’ho incollato sotto il lavandino. Fuori c’era confusione, un gran via vai. Poi quando s’è calmato e ho visto anche le suore in giro son uscito fuori. Il giorno dopo quelli dell’amministrazione m’han rotto le palle: “eh, quando c’è da dare una mano tu non ci sei mica!” Eh certo, dovevo andar lì dai negroni – che per me di notte son tutti uguali – a dirgli: scusa, ma tu sei buono o cattivo?

“…Il brutto è che l’ospedale, seppur a prezzi stracciati, è a pagamento – com’era anche matiri del resto (ma in modo più elastico!), sembra impossibile farlo gratis, e tranne le emergenze vere (che vengono sempre trattate) mi capita di vedere gente che va a casa perché non ha abbastanza soldi. In alcuni casi (mi sembra pochi) se la famiglia è conosciuta e molto povera l’amministrazione prova a chiudere un occhio, altre volte i soldi ce l’hanno ma preferiscono provare in qualche bettola pubblica che costa di meno per risparmiare. L’ospedale ha sicuramente costi di gestione alti, non riceve finanziamenti dallo stato, dà da mangiare alle famiglie di tantissimi dipendenti e offre un buon servizio… ma potrai immaginare come questa cosa non mi lasci proprio tranquillo… Ho provato a parlarne con Avi ma è qualcosa che per lui è normale, ha aiutato e salvato tantissime persone, ha portato avanti l’ospedale che ha sempre lavorato in questo modo (forse prima con più eccezioni, lui controlla molto ma NON E’ L’AMMINISTRAZIONE), e lui – che è sempre ultraottantenne e trentino – risponde (a qualsiasi domanda) con un “oh ecco, beh, insomma… perchè mi ricordo…” e racconta un episodio più o meno attinente, a volte perfettamente esaustivo e altre, come questa, meno…”

Se Dio apprezza la semplicità contadina, l’ironia intelligente, l’allegria spensierata di un veneto caciarone che parla inglese e swaili e fa volare la jeep sulla strada sterrata esclamando “bello! ecco! Impooooooooossibol! Understààààààààààààànd? Wololò! Walalà! Eviva!” Padre Albano sarà presto Papa.

Suor Lucia ha lavorato sei anni a Milano in un istituto per “ragazze difficili”, minorenni arrestate per rapina a mano armata e cose così, figlie di genitori violenti, tossicodipendenti, madri che “facevano la vita”, oppure orfane. Quando qualcuna ogni tanto scappava da scuola, andavano con le altre ragazze a cercarle nei locali più malfamate. Lei e le altre suore restavano in macchina, le ragazze entravano a vedere “qui non c’è, proviamo a quest’altro”, e alla fine le ritrovavano sempre. Adesso alcune hanno una bella famiglia, c’è qualcuna che le scrive ancora. Altre no, altre sono già morte.

(in dialetto Veneto) eh beato te che sei l’ultimo, io sono il secondo di dieci figli! Non si finiva più! Ma lo sai te quanti mi han pisciato addosso, mentre li tenevo in braccio?

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Cartina geografica dell'Africa

Tra due settimane partirò per il Kenya. E’ un viaggio che sogno da anni eppure, ora che l’ho organizzato, mi stupisco di questa inattesa assenza di forti emozioni che permette alla curiosità di Ulisse di cavalcare solitaria nella savana del mio pensiero.

Non parto per cambiare il mondo e tanto meno con l’idea che il mio aiuto sia necessario; non mi aspetto la catarsi e in effetti non mi aspetto nemmeno che il viaggio mi cambi.

Di certo l’Africa non può cambiare la vita a tutti! Ma questo è un concetto che noi occidentali non possiamo capire, abituati come siamo a trovare un prezzo a tutto.
Insieme al biglietto di andata compriamo anche il diritto di poter raccontare la nostra metamorfosi al rientro; che questa avvenga o meno.
Vorrei evitare di partire imbottita di vaccini e storie pronte, e vorrei non sentirmi la turista che va a vedere i bambini poveri e sorridenti come se fossero scimmie allo zoo.

Non cerco nulla, voglio solo vedermi da un’altra parte.

Nonostante questa disillusione so che sarà una cosa importante e allora la voglio raccontare partendo ovviamente dalla fredda organizzazione razionale.

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Blu

Mai provato a fare una cosa stupida come guidare una notte d’inverno su una strada deserta, con i finestrini spalancati, pistando sull’acceleratore finché l’aria in faccia non dia la netta sensazione di precipitare? Perché domani non si può mai sapere, e visto che non sono certa di poter portare con me i fatti almeno mi porto le sensazioni. Una strada che sibila e punge come quella che mi porta in Calabria… giù, profondo sud. Tra gli alberi in letargo, ai lati della strada, verdi di rampicanti e rossi d’inverno, ho come la netta sensazione che quello che guardo sappia esattamente dove sto andando e perché, eppure ne rimanga saggiamente estraneo e indifferente. Mia nonna è morta. Da poco. Incapace di definire quello che sento, penso di avere un sentimento blu, vischioso, morbido e profumato di buono in fondo al cuore, che si agita lento che si prepara per uscire. Rotolando verso sud ( curioso che uno stupido ALLEGRO ritornello estivo si adatti così bene al pellegrinaggio TRISTE verso la mia terra) l’asfalto ruvido scivola troppo veloce per le mie certezze che si diradano e svaniscono. Sentimento blu vischioso che profuma di buono e di benzina. Con le gambe ancora intorpidite, in piedi davanti a lei, ecco che capisco cosa vuol dire. Ora so di saper piangere sinceramente solo con la faccia seria; con le lacrime calde che non sono tristi ma solo il pegno del mio egoismo, un omaggio all’umanità di mia nonna che è la stessa che io perdo. Le lacrime compatte non mi impediscono nemmeno un attimo di vedere lei, stesa sotto un velo bianco, che sorride ( sembra che respiri ma io so che non è così). Sembra che respiri, ma io SO CHE NON E’ COSI’. La finestra aperta e fuori solo il silenzio ORA che si siede lì sotto e aspetta. Tocco le sue guance; ho ancora l’idea che sia viva. Mi sembra morbida e calda come lo può essere una vecchia, la mia vecchia… quella che ogni estate mi rifila lenzuola orrende, quella che crede nel mio corredo e nel mio matrimonio e mi benedice e io ringrazio il cielo per questo anche se rido. E poi quel bacio sulla fronte il gelo marmoreo improvviso attaccato sulle mie labbra calde da giovane. E poi il silenzio perché la mia lingua non porti via quel SUO gelo. L’idea di quel mezzo sorriso e della gente fuori che parla di affari sottovoce ( e io devo uscire per permettere a loro di entrare). La sua religiosità, trattenuta ancora tra le sue mani e io, in piedi, fiera come sempre, recito un Padre Nostro dolce profondo e implorante come non lo avevo mai sentito. Come non avevo mai potuto. Ora, ora che non sono più bambina ora che sono superba. Al cimitero finalmente solo noi, noi da soli, senza quella gente estranea che non capisce il blu, che mi stringe la mano e si presenta, e mi saluta come se mi importasse, come se poi potessi ricordarmelo. Il giorno dopo al cimitero, sotto il cielo grigio del cimitero, la bocca di mia nonna semiaperta e lei per la prima volta morta, ora la guardo senza una lacrima. (Ciao nonna.) Chiudete, chiudete pure, ma non fatemi sentire il trapano e il martello. Non voglio. E poi… ancora asfalto. Asfalto grigio e pulito di pioggia. A casa di mia nonna ancora noi, uniti anche tra gli estranei, ed entrando nella stanza non c’è più il silenzio; né silenzio né rumore, ma solo l’odore acre e soffocante di morte che individuo con una cinica razionalità. Che venga aperta la finestra! Quella puzza deve andar via. L’odore vivo di mia nonna morta. E poi… poi le lettere. Migliaia di parole al suo Signore, al Nostro Dio, a qualcuno che se la DEVE prendere! DEVE anche nel caso non dovesse esistere. Le lettere ai figli, ai nipoti, lettere in cui mi cercavo senza trovarmi troppo come a cercare le cose che non le avevo mai chiesto. Lettere sue che noi cugini terza generazione leggiamo tutti vicini come se fosse Natale NATALE è quando…….. NATALE è quando…….. quando…….. ………….è morto nonno. E poi, fumoso come nebbia, impalpabile, incomprensibile eppure evidente, si adagia a terra proprio dove ogni tanto qualche sguardo si fissa, un affetto, il sangue che ci lega, il senso di famiglia. I miei zii, mio padre, lavoratori, buoni, di destra, seri, composti e fieri, tristi, forti. I miei uomini, bravi, che quello che sono lo sono profondamente. Ogni cosa e sempre. E io seduta sul divano di pelle marrone, quello su cui lei non ce la faceva più a sedersi; a fissare tutto a vedere quello che non si vede; la finestra aperta come se fosse estate ma lei non c’è e in realtà fa pure freddo. Le foto, le lettere, quel sorriso fermo e i fiori bagnati a terra sotto il cielo del cimitero. Ogni cosa profondamente, perché è così che è la mia famiglia. Mai provato a guidare con i finestrini spalancati in una notte limpida e gelida su un asfalto che fa precipitare lacrime ferme, profumate di buono, vischiose e blu? Pistare a fondo sull’acceleratore per salvare le parole, perché domani non si può mai sapere e di oggi non so che può rimanere, se non questo.

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